DOI: http://doi.org/10.6092/issn.2532-8816/8187

Abstract

Quello della monografia accademica di ambito umanistico, e delle questioni di forma, pubblicazione e fruizione ad essa connesse, è un tema qualitativamente e quantitativamente poco indagato nella sua specificità. Partendo dalle lacune presenti in letteratura e dalla stasi in cui il genere monografico versa, l’articolo intende operare una ricognizione critica dello stato dell’arte, per poi esplorare nuove possibilità e sviluppi legati al digitale. Ci si vuole focalizzare in particolare sulle nuove forme della testualità liquida e multimodale che, imperniate sui paradigmi delle Digital Humanities, ripensano il modello a stampa del saggio tradizionalmente inteso sia a livello compositivo che editoriale. Si passeranno dunque in rassegna alcune tra le sperimentazioni editoriali più significative, per poi proporre un confronto con il caso d’eccellenza del progetto Stanford University Press Digital. Si tenterà, infine, di presentare delle linee guida per lo sviluppo di un modello di monografia born-digital che sia sostenibile e valutabile, e che rappresenti un’innovazione strutturale nel campo della scholarly communication.

The topic of form, publication and fruition of the academic monograph in the humanities is not enough investigated in his peculiarities, neither quantitatively nor qualitatively. Starting from the lacks in literature and from the stasis of the monographic genre, the article means to achieve a critical investigation of the state of the art and then explores new possibilities and developments linked to the digital. The aim is to focus especially on the new forms of liquid and multimodal text based on the Digital Humanities paradigms, that let us rethink the composition and publication of the print-based model of essays. The article reviews some of the major publishing experimentations and makes a comparison with the case of excellence of Stanford University Press Digital project. In the end, it attempts to set some guidelines for a model of born-digital monograph that is sustainable and evaluable, and represents a structural innovation in the field of scholarly communication.

La monografia accademica: anatomia di un genere

Quello delle pubblicazioni accademiche, in inglese più chiaramente individuato come scholarly publishing, è uno dei tanti settori editoriali che presenta delle peculiarità e, pertanto, necessita di essere indagato e sviluppato con metodologie e strumenti specifici. Troppo spesso inglobate nel mare magnum della cosiddetta editoria di varia, le pubblicazioni accademiche, soprattutto in Italia, non sono state oggetto di studi approfonditi né di tipo qualitativo, né quantitativo, come invece è accaduto e sta accadendo in area anglosassone, dove si assiste ad un crescendo dell’interesse che l’università e il mondo della ricerca in generale manifestano verso i prodotti del proprio lavoro. In particolare, il presente studio vuole esplorare il caso della monografia di ambito umanistico, prendendo in considerazione alcuni aspetti cruciali legati alla sua produzione, alla fruizione e alla pubblicazione, per poi proporre delle linee guida per lo sviluppo di un modello innovativo di monografia digitale, passando attraverso l’analisi di alcuni casi d’eccellenza del settore, come quello che la Stanford University Press sta portando avanti con il progetto Stanford Digital.

Occorre innanzitutto tentare di definire l’oggetto di studio: la monografia. Sin dagli albori della comunicazione scientifica (si precisa che il termine è da intendersi, da ora in avanti, nell’accezione dell’inglese scholarly, cioè riferito alla ricerca accademica, e non in riferimento alle cosiddette scienze dure) di ambito umanistico la monografia ha rappresentato la massima espressione di trasmissione del sapere e delle acquisizioni della ricerca. Ancora oggi, nonostante alcune rilevanti criticità, la monografia viene considerata la forma più completa e nobilitante di scrittura accademica, nonché il titolo più significativo in sede di valutazione concorsuale e dei prodotti di ricerca delle singole università. Gli studiosi sono abbastanza concordi nel definire la monografia un lavoro scientifico esteso e specialistico, che tratta un preciso argomento nei dettagli fornendo i risultati della ricerca condotta su tale argomento. A seconda della prospettiva da cui la si osserva emergono poi delle peculiarità: secondo Stanley Chodorow la dimensione è una caratteristica cruciale, poiché differenzia la monografia dall’articolo, che persegue la stessa finalità, ma è più breve. John Thompson invece aggiunge tasselli sull’eventuale co-autorialità e sul target, sostenendo che la monografia sia scritta da uno o più ricercatori e destinata prevalentemente ad altri ricercatori.

Gli autori delle monografie sono da collocarsi soprattutto nel sistema accademico: dottorandi, assegnisti, ricercatori, professori associati e ordinari. Per quanto riguarda il pubblico, invece, è possibile individuarlo in tre categorie: la prima e più nutrita è costituita dagli addetti ai lavori, ossia coloro che, esattamente come l’autore, lavorano nell’ambito della ricerca. Troviamo poi gli studenti universitari che, per interesse personale o, più spesso, per mandato dei propri insegnanti, si approcciano allo studio di monografie (magari pubblicate dagli stessi professori e inserite nei programmi d’esame). Infine, abbiamo il cosiddetto pubblico colto, che pratica la disciplina per interessi non strettamente accademici, di cui fanno parte, per esempio, insegnanti di scuola superiore, cultori della materia, semplici appassionati.

La forma della monografia, e quindi la testualità della ricerca umanistica, è tradizionalmente ascrivibile allo stile saggistico, che prevede, nella tradizionale e longeva forma a stampa, la quasi totale predominanza di testo linguistico (intervallato, al massimo, dalla presenza di immagini).

Un ruolo fondamentale viene naturalmente giocato dalle case editrici, che si occupano di realizzare, pubblicare, distribuire, pubblicizzare le monografie, avendo dunque a che fare con tutti gli attori coinvolti nella filiera: dagli autori, ai lettori, passando per i rivenditori. Risulta molto difficile, almeno in Italia, ottenere dei dati specifici sull’editoria accademica poiché, come già accennato, soprattutto quella di ambito umanistico è stata spesso inglobata nel calderone generale, o assimilata alla saggistica di stampo non scientifico. Un simile problema deriva anche dal fatto che nel nostro paese è quasi totalmente assente un tessuto di University Press, che invece è fondante per le realtà universitarie anglosassoni. A parte qualche solida realtà come Il Mulino, Giuffrè, FrancoAngeli, il sistema degli editori accademici italiani è molto frammentato e costituito principalmente da case editrici specializzate di piccole o medie dimensioni che spesso, per questioni di sopravvivenza, sono costrette ad alti livelli di ibridazione con la più redditizia editoria di varia.

Già nel lontano 1999, tuttavia, qualcuno sosteneva che la monografia fosse un genere in estinzione e, in effetti, gli ultimi vent’anni l’hanno messa a dura prova. La ragione principale della cosiddetta «crisi della monografia tradizionale», che sembra essere ormai strutturale e il cui sintomo principale è la riduzione delle tirature, è da ricercarsi forse nel profondo gap esistente tra la logica culturale e quella economica, che vede la sua concretizzazione nella scarsa sostenibilità delle pubblicazioni specialistiche. La sempre minore disponibilità di fondi da parte degli atenei, la frammentazione dei corsi di specializzazione, l’avvento del digitale e quindi una maggiore accessibilità ai prodotti della ricerca, la mancanza di sperimentazione, l’autoreferenzialità che a volte contraddistingue l’accademia, hanno reso la monografia un genere in perenne stato di precarietà. Purtroppo, a causa di una mancanza di sistematicità sia sulla riflessione qualitativa che sull’analisi quantitativa (che è stata invece condotta, ad esempio, nell’ambito del mercato delle riviste), in Italia più che all’estero, è praticamente impossibile reperire dei dati che forniscano un quadro specifico della situazione delle monografie accademiche, e che diano un’idea precisa di questa crisi e delle sue fasi. Tuttavia, a sentire alcuni editori, nonostante le difficoltà, le monografie riescono ancora a conservare intatto il proprio valore, come si deduce anche dall’eccesso di offerta che spesso ci si trova a fronteggiare e che richiede un’operazione di selezione da parte delle case editrici.

Il digitale: istanze e tentativi di rinnovamento.

Il discorso si è ampliato notevolmente, diventando ancora più sfaccettato, con la nascita e l’avanzamento delle pubblicazioni accademiche digitali: con l’inizio della lenta ma inesorabile transizione dal tradizionale formato cartaceo a quello digitale (in tutte le sue varie impostazioni e forme), tutti gli attori che prendono parte alla catena editoriale – ricercatori e docenti, università, editori, biblioteche – hanno assistito al modificarsi dei propri ruoli, nell’ottica di un inevitabile e necessario adattamento ai nuovi meccanismi di pubblicazione.

Nell’ambito della trasmissione della conoscenza, e dell’editoria accademica in particolare, l’impatto dirompente del digitale è ancora lontano dall’assestamento e oggetto di riflessione e sperimentazioni. È quasi impossibile, oggi, che una casa editrice anche medio-piccola, non sia dotata di una piattaforma web, sia essa solo distributiva o anche repository. Il cambiamento, dunque, investe sia la forma e i modi di pubblicazione, che la distribuzione e la vendita dei prodotti digitali. La questione, tuttavia, sta nell’indefinitezza di questi ultimi, che rappresentano una sorta di categoria-ombrello per tutta una serie di oggetti digitali parecchio diversi tra loro. Molte case editrici hanno sviluppato contenuti e strumenti di varia natura, che permettono di affiancare alla vendita del libro l’offerta di servizi culturali/divulgativi. Il colosso Taylor and Francis, ad esempio, nella sezione Online products, offre una raccolta di risorse specialistiche come database, enciclopedie, opere di riferimento. Anche alcuni editori italiani hanno provato a seguire la scia digitale, focalizzandosi però sull’e-learning; come Clueb, che ha sviluppato una sezione di tutoring con contenuti didattici ed eserciziari per studenti.

Per quanto riguarda la monografia, invece, la consuetudine (almeno in uno stadio iniziale ma ancora oggi molto diffusa) è legata agli e-book, che spesso altro non sono che trasposizioni digitali della versione a stampa. La soluzione ad oggi più adottata è quella dell’e-book in affiancamento alla carta, che sicuramente amplia le possibilità di lettura e quindi di vendita, ma certamente non rappresenta la migliore innovazione possibile. Che siano in formato ePub o PDF, che si chiamino monografie online (il Mulino) o libri multimediali (Egea), che consentano commenti, evidenziazioni o appunti, che possano essere scaricati su uno o più device, gli e-book accademici, seppur in forte crescita, danno l’impressione di non riuscire a sfruttare le numerose possibilità offerte dal digitale e di non rappresentare, almeno nell’ambito della comunicazione scientifica, quella rivoluzione tanto agognata e proclamata ormai qualche anno fa.

In Italia, la sperimentazione forse più significativa per il genere viene dalla realtà bolognese del Mulino, che ha promosso la nascita di Pandoracampus, piattaforma aperta, multieditore, che ospita versioni digitali di alcuni manuali pubblicati dalle case editrici affiliate e che quindi si rivolge agli studenti universitari, basandosi sui principi dell’e-learning. Il testo viene arricchito con esercizi, schemi, mappe, glossari, video, grafici interattivi, link, ecc., e il sistema permette di pianificare e supportare lo studio.

Sempre rimanendo nell’ambito della ricerca accademica e della sua pubblicazione, ma spostando il fuoco sulle STM (Science, Technology and Medicine), e posto che il genere monografico è in questo campo molto meno rilevante, è impossibile non notare un panorama più florido non solo per quanto riguarda i dati di mercato, ma anche sul fronte dell’innovazione e della sperimentazione delle pubblicazioni:

The STM sector has been quicker to adapt to the transition for a number of reasons […]: increased urgency for research findings, higher and more widespread readership levels and the predominance of the journal/article lend themselves more readily to the digital format.

Basti pensare ai tentativi che, negli anni, hanno ripensato la forma e le modalità con cui le acquisizioni della ricerca vengono sviluppate e immesse nel circuito della conoscenza, come jupyter, article of the future, nanopub. Non solo nell’ambito delle STM, ma anche in quello delle HSS (Humanities and Social Sciences) la transizione delle riviste dal cartaceo al digitale è stata veloce e vantaggiosa, risultando oggi quasi del tutto completata. Tra i fattori che hanno favorito il processo sono determinanti la forma breve degli articoli, che consente una resa digitale più agevole sia dal punto di vista della produzione che della fruizione, e la necessità di rendere gli stessi accessibili più velocemente, data la loro natura periodica e quindi votata ad una maggiore dinamicità. Anche in questo caso, però, il passaggio si è compiuto seguendo il modello della tradizione a stampa, almeno per quanto riguarda la forma e la testualità dei contenuti. Tra le eccezioni segnaliamo il caso di Kairos, rivista on-line fondata nel 1996 che pubblica articoli scientifici che sviluppano i loro argomenti tramite l’utilizzo innovativo e retorico dei nuovi media, sostituendo il testo tradizionale con il webtext (tendenzialmente richiesto agli autori in HTML5), in cui forma e contenuto risultano inscindibili sia nel momento della composizione che in quello della fruizione.

Per rintracciare una simile volontà di rinnovamento per il genere monografico di argomento umanistico, tanto tradizionalmente fondante quanto in cerca di una nuova veste che riesca ad evitare il rischio di marginalizzazione nell’era digitale, occorre spostarsi di nuovo oltre i confini nazionali. Nel 2014 in Gran Bretagna l’Arts and Humanities Research Council in associazione con la British Library, ha finanziato il progetto The academic book of the future, che ha visto numerose realtà universitarie nazionali lavorare e confrontarsi sulle seguenti tematiche:

In questi punti è racchiusa una forte istanza di innovazione del libro accademico, la cui produzione è legata ad aspetti diversi, ma inscindibili ai fini di un upgrade, quali valutazione, disseminazione, ricezione, modalità e processi della ricerca, questioni economiche e tecnologiche. Pur senza sviluppare un vero e proprio prototipo di monografia digitale, i report ne sostengono alcuni potenziali vantaggi concernenti, ad esempio, le migliori possibilità di rappresentazione della complessità che caratterizza i prodotti di ricerca: le enhanced monographs possono rappresentare meglio dei meno funzionali ebooks la complessità dell’argomentazione e offrono nuove e stimolanti maniere di organizzare la ricerca, specialmente in quei settori in cui l’integrazione e il collegamento tra dati multimediali è una parte cruciale del ragionamento, o in cui la presentazione di notevoli quantità di fonti primarie è un vantaggio significativo.

Un contributo d’implementazione è invece stato il fulcro del progetto Reimaging the monograph condotto dal JSTOR Labs. Partendo dal presupposto che la transizione print to digital delle monografie è ancora ad uno stadio embrionale a differenza dell’ormai consolidata migrazione dei periodici, dopo aver esaminato necessità, comportamenti, frustrazioni e ambizioni dei lettori, è stato sviluppato il tool Topicgraph. Quest’ultimo risponde alle diverse necessità di consultazione e navigazione di una monografia e, tramite tecniche di text mining e varie possibilità di visualizzazione per argomenti, offre un’alternativa all’esperienza di lettura lineare e continua. Grazie al grafo degli argomenti applicato ad ogni testo (processato a partire da un file PDF) analizzato dal prototipo, si raggiungono alti livelli di usabilità e rintracciabilità, favorendo la possibilità di lettura per argomento.

Il testo liquido: ripensare la forma della monografia.

Pur avendo favorito dei significativi progressi legati all’accessibilità, alla distribuzione, alla fruizione, alla pubblicazione, ecc., nessuno dei tentativi finora illustrati è riuscito a rappresentare una sostanziale rivoluzione nell’ambito della monografia accademica. Probabilmente, il maggiore limite deriva dall’ancora radicata influenza della tradizione a stampa che, come insegna McLuhan, non è solo un supporto, ma disegna, determina e struttura il messaggio. Un limite più che fisiologico, comunque, dovuto al fenomeno detto remediation e teorizzato da Bolter e Gruisin, secondo cui «i media operano attraverso un continuo processo di commento, riproduzione e sostituzione reciproca» attingendo, almeno in uno stadio iniziale, dai paradigmi dei loro predecessori. Per fare un salto di qualità e superare questa fase di produzione di quelli che, con un eloquente parallelo, Massimo Riva definisce digital incunabola, occorre probabilmente partire dal principio, e quindi dalla fase progettuale della monografia digitale: per tagliare il cordone ombelicale che ancora ne blocca il pieno sviluppo bisogna che essa sia pensata, progettata e scritta per l’ambiente che la ospita; in altre parole, bisogna che sia born-digital. Solo partendo dalla prima delle fasi di produzione, quella dell’ideazione, è possibile ottenere delle ripercussioni significative sulle successive e quindi favorire il progresso dell’intero sistema che dall’autore giunge all’utente. L’elemento discriminante, dunque, diventa il testo, che si apre alle potenzialità dell’ambiente digitale, guadagnando infinite possibilità: è un testo caratterizzato da una serie di elementi di mobilità, interattività, multimodalità, dinamicità, che gli permettono di emanciparsi dal modello a stampa e, di conseguenza, di distaccarsi dalla saggificazione.

Per rispondere, dunque, alle istanze del mondo della ricerca, della sua diffusione e comunicazione, che evidenziano una sempre maggiore insofferenza verso la forma classica di testualità, la quale riesce a coprire solo una parte dello spettro comunicativo odierno, occorre forse elaborare un nuovo modello di pubblicazione adatto a questo cambio di paradigma. Il fulcro del ripensamento sta in quello che, per comodità tassonomica, potremmo definire testo liquido; dove il primo termine si riferisce ad un testo digitale multimodale, e l’aggettivo alla sua struttura di tipo non-lineare e non-sequenziale, votata ad un certo grado di dinamicità e interattività. Il concetto di testo liquido non è certo un’innovazione recente, anzi, è ormai una pratica consolidata in diversi ambiti digitali, primo tra tutti quello dello storytelling. Ma, se il tipo di testualità che sta alla base di fenomeni quali la e-literature e le narrazioni transmediali è stato negli anni recenti oggetto di studi e interesse, non si può dire lo stesso di quello della non-fiction. Che si chiami testo liquido, testo multimodale, web-text o screen-based text, esso sancisce comunque un netto distacco dalla forma text-based, incarnando quel cambio di prospettiva legato alla crescente funzione sociale, culturale e educativa dei nuovi modi di espressione e rappresentazione della conoscenza. Secondo la teoria della multimodalità, infatti, la rappresentazione e la comunicazione si basano su molteplici modi che, interagendo tra loro, contribuiscono alla produzione del significato. Per multimodalità si intende «not simply an additive art whereby images, words, and music, by virtue of being juxtaposed, increase the meaning-making potential of a text. Rather […] a multimodal text can create a different system of signification, one that transcends the collective contribution of its constituent parts.» Tali parti costituenti, nel caso di un academic web-text, non indicano solo contenuti multimediali quali audio, video, immagini, animazioni, testo scritto, ma anche oggetti digitali significativamente legati alle Digital Humanities quali vr-reconstruction, riproduzioni di manoscritti, database, archivi, corpora, solo per citarne alcuni. Per supportare e facilitare la produzione e la diffusione di queste nuove forme di scrittura online, l’americana Alliance for Networking Visual Culture ha sviluppato Scalar, una piattaforma che consente born–digital, open source, media–rich scholarly publishing. Scalar permette agli autori di strutturare le proprie long-form publications utilizzando tutti i vantaggi della scrittura digitale - definita ricorsiva, non-lineare e nidificata - offrendo, tra le altre cose, sistemi di tag, incentivi alla co-autorialità e all’interazione utente, assemblaggio, combinazione e organizzazione di media differenti provenienti da molteplici sorgenti. Poiché essendo molto flessibile non richiede grande perizia tecnica ma raggiunge un’ottima resa, il tool ha riscosso parecchio favore e sembra rappresentare, in mancanza di piattaforme ed ambienti dedicati delle singole università, uno degli strumenti di maggiore utilità per lo sviluppo e la pubblicazione di monografie digitali.

Proprio perché non si tratta di una mera giustapposizione di forme diverse, ma di un processo compositivo molto più complesso e strutturato che non riguarda solo gli aspetti formali, ma anche il modo in cui i contenuti acquisiscono significato in base ad essi, per il testo digitale si è parlato di digital rhetoric (indicando proprio l’applicazione delle tecniche retoriche ai testi e alle pratiche digitali) anche nell’ambito delle pubblicazioni scientifiche. L’atto della scrittura si trasforma dunque in atto di progettazione e design as argument che, secondo Ball e Eyman, prevede la concertazione di diversi fronti: retorica, design e codici. Il mutamento riguarda, oltre che l’atto di produzione e scrittura, quello di fruizione e lettura: se la forma a stampa rappresenta una reificazione del testo, che lo fissa consegnandone al lettore i confini e la linearità, il testo digitale consente all’utente di intraprendere percorsi esplorativi diversi, di personalizzare la fruizione praticando un tipo di lettura modulare. Tra i benefici prodotti da un incremento del livello qualitativo della comunicazione scientifica, è stato ipotizzato anche un aumento quantitativo del numero di utenti: data la sua intrinseca propensione reader-oriented, un testo digitale multimodale risulta non solo più malleabile strutturalmente, ma offre forse al lettore diversi livelli di complessità e una più ampia possibilità di scelta, innalzando il proprio grado di accessibilità. Considerate, dunque, tutte le potenzialità finora espresse, risulta quasi anacronistico il permanere dell’eredità di un modello di monografia accademica analogica, chiusa e fissa, legata all’incondizionata supremazia del testo linguistico, che invece viene messa sempre più in discussione in tantissimi ambiti contigui.

Sperimentazioni, resistenze e prospettive future.

Gli esperimenti più avanguardistici, in questo senso, sono quelli che stanno avendo luogo in alcune università americane, grazie ad un progetto finanziato dalla Mellon Foundation, che mira allo sviluppo di nuovi modelli di comunicazione scientifica nelle humanities: Monograph Publishing in the Digital Age. Sono coinvolti nel progetto dipartimenti, biblioteche e case editrici universitarie, ognuno dei quali si occupa di uno o più aspetti legati all’innovazione delle pubblicazioni monografiche: ideazione di piattaforme editoriali, progettazione di interfacce, modellizzazione di monografie image-based, distribuzione e preservazione dei prodotti, business models e servizi di marketing. Uno degli esperimenti più interessanti è quello portato avanti dalla Stanford University Press, che sta sviluppando «peer review, editorial, publication, and preservation workflows for interactive scholarly works; that is long-form, born-digital publications that depend on the interactive features of the Web to link interpretive scholarship to related secondary sources, primary source evidence, visualizations, and software tools.» Il progetto Stanford Digital nasce, dunque, dalla presa di coscienza che, nonostante l’inarrestabile ascesa delle Digital Humanities e delle Computational Social Sciences porti con sé nuovi e dirompenti modi di visualizzazione, analisi e interpretazione dei dati che rivoluzionano le forme e i metodi della ricerca, non esistano ancora dei canali formali per la pubblicazione, né degli standard condivisi che permettano la peer-review di prodotti monografici digitali. L’iniziativa mira quindi alla strutturazione di un processo di pubblicazione che consenta agli autori di sviluppare nel miglior modo possibile forma e contenuti delle loro ricerche, di raggiungere il proprio target e di ottenere lo stesso grado di credibilità accademica che otterrebbero con la pubblicazione di un libro a stampa. La sezione Progetti digitali di https://www.sup.org/ non solo ospita le quattro pionieristiche monografie realizzate finora, ma è affiancata da un blog ufficiale http://blog.supdigital.org/ che ne documenta tutte le fasi di realizzazione, favorendo la riflessione su alcune tematiche cruciali e attuando una politica di condivisione di idee e apertura verso l’esterno che rappresenta il valore aggiunto della ricerca. La prima, e per due anni unica, monografia pubblicata dall’iniziativa SUPdigital è uno studio di Nicholas Bauch, assistant professor di Geo-Humanities all’Università dell’Oklahoma, dal titolo Enchanting the desert (http://www.enchantingthedesert.com/home/). Oggetto della monografia sono 43 scatti del fotografo Henry Peabody, rappresentanti il Gran Canyon, e utilizzati dall’autore agli albori del ventesimo secolo per la realizzazione di avanguardistiche proiezioni elettriche. Contestualizzando l’analisi nel framework geografico del Canyon e arricchendo le immagini con delle sovrapposizioni ottenute grazie al GIS mapping e alla ricostruzione virtuale della topografia dei luoghi, Bauch ha dato vita ad un prototipo digitale per la ricerca storico e geografico–culturale. Come sostiene l’autore stesso, l’elemento cruciale di questo nuovo style of scholarship è che la fase digitale non è fortuita o succedanea, ma parte integrante nella produzione della conoscenza e della sua comunicazione. Né, d’altro canto, l’utilizzo del digitale è stato limitato al tecnicismo di una mera ricostruzione, la quale è stata condotta tramite un approccio critico e problematizzante delle tematiche legate alla narrazione del West, come facilmente si evince dalla base metodologica che sottostà alla pubblicazione. Il risultato è un felice esempio di applicazione e impiego delle Digital Humanities ad un prodotto editoriale:

Why would scholarship, as a genre, not take advantage of a medium of expression that allows, for example, interactivity, dynamic maps, and links among textual content? But the hammer falls: until now, no university press has been willing and/or able to critically peer-review and publish meaningful research projects that are born-digital. Because of SUP’s prescient digital publishing initiative, the gap between what DH scholars are making and the established pathways of traditional academic distribution and accreditation is now much, much smaller.

Partendo da una semplice considerazione, Bauch segnala e sottolinea il grosso gap esistente tra l’evoluzione e la mutazione delle metodologie della ricerca umanistica e la stasi in cui versano invece le pratiche di pubblicazione, disseminazione, valutazione, ecc. Non è un caso che un lavoro così pionieristico sia nato dalla collaborazione tra uno studioso e una casa editrice universitaria, il cui team, messo a disposizione dell’autore, lo ha seguito in tutte le fasi cruciali che vanno dalla progettazione alla pubblicazione. Non solo, la Stanford University Press ha fornito all’autore un ambiente deputato alla pubblicazione di monografie digitali, creando i presupposti per cui il lavoro non sarebbe rimasto un esperimento a sé stante, ma parte di una raccolta che forse, per tentare un parallelo con l’editoria classica, potremmo definire una collana.

Tra le ragioni che inducono ad una certa dose di resistenza, sia da parte degli autori più conservatori che da parte degli editori, ve ne sono alcune non trascurabili che sicuramente meritano di essere approfondite: prima tra tutte quella della valutazione. Non esistono, ad oggi, dei parametri standard per la valutazione delle monografie digitali; nonostante alcune iniziative particolari come quella appena trattata di SUPdigital che ha sottoposto i lavori pubblicati a peer-review. Ancora, come sostiene Bauch, nonostante siano trascorsi vent’anni dai primi tentativi di pubblicazione di testi accademici digitali, molti editori hanno cominciato solo di recente a familiarizzare con le sfide e i vantaggi di cui questi si fanno portatori. Uno dei problemi più complessi cui far fronte risulta essere, per autori ed editori, la scarsità – o la totale mancanza – di editorial managment systems che supportino un tipo di pubblicazione multimediale e born-digital. Si aggiungono, poi, le questioni legate ai costi di sperimentazione, alla vendita, alla necessità di ripensare il business model e di avvalersi di figure professionali che coadiuvino il lavoro di progettazione e produzione digitale del testo, nonché la gestione dell’ambiente digitale di pubblicazione.

Conclusioni

Sembra non essere più prorogabile, a questo punto, ciò che Anita Gibbs prospettava già nel 2013: «In order to address these challenges it is crucial that different stakeholders within the scholarly sphere – researchers, administrators, editors, publishers and so forth – work together to pave ways for new strategies of knowledge making and dissemination». Questo dialogo, sicuramente in parte già avviato negli ultimi anni, dovrebbe servire a sviluppare dei punti programmatici:

I primi due punti sono propedeutici affinché la macchina possa iniziare a muoversi nella sua interezza. L’indagine portata avanti dalle Digital Humanities, in collaborazione con i New Media and Communication Studies, dovrebbe probabilmente focalizzarsi su un’idea di sistematizzazione del testo liquido. C’è bisogno, forse, di mettere a sistema una serie di tools/media/software che possano costituire una nuova forma di testualità accademica. Non solo quindi implementare singolarmente, ma favorire, ogni volta che si rende possibile, la multimodalità e quindi l’integrazione tra risorse. Un’operazione del genere, già in parte portata avanti da alcuni team e centri di ricerca universitari appoggiandosi a piattaforme come Scalar, non può però avere un riscontro significativo senza l’apporto di realtà editoriali che si prestino alla sperimentazione. Quest’ultima potrebbe consistere nella produzione di infrastrutture digitali atte a contenere collane di monografie born-digital. Un simile ambiente, dovrebbe confarsi tanto alle esigenze autoriali e quindi scientifiche, quanto a quelle dell’utente e quindi di fruizione finale del prodotto. Va da sé che per portare a termine un progetto così ambizioso c’è bisogno di una collaborazione strettissima tra la realtà accademica e quella editoriale. L’intero workflow andrebbe ripensato, a partire dalla produzione del testo e dalla nozione di autorialità che, in qualche modo, diverrebbe un’autorialità condivisa non tanto per quanto riguarda i meri contenuti, ma soprattutto nella fase di sviluppo del lavoro nell’ottica della pubblicazione. Rispetto all’assunto che la forma del testo contribuisce alla significazione dello stesso, infatti, non è possibile separare il piano del contenuto da quello dei modi in cui e tramite cui viene sviluppato. Come è avvenuto anche per Enchanting the desert, la tendenza è quella che si avvia verso una community-based scholarship che integri competenze diverse e sviluppi prodotti editoriali in grado di tenere testa alle complessità riguardanti il metodo e gli strumenti che la ricerca si trova a fronteggiare.

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  23. Humphreys, Alex, Spencer, Christina, Brown, Laura, Loy, Matthew and Snyder, Ronald. Reimagining the Digital Monograph: Design Thinking to Build New Tools for Researchers. The journal of electronic publishing 21, no.1 (2018), http://dx.doi.org/10.3998/3336451.0021.102.

  24. Journet, Debra, Ball, Cheryl E. e Trauman. Ryan. The new work of composing. Logan, UT: Computers and Composition Digital Press/Utah State University Press, 2012. http://ccdigitalpress.org/nwc/.

  25. Lollini, Massimo. Circles: networks of reading. Humanist Studies & the Digital Age 4, no.1 (2015), http://dx.doi.org/10.5399/uo/hsda.4.1.3685.

  26. Riva Massimo e Carpin, Alessando. “Transmedia storytelling and other challenges (and opportunities) for the (Digital) Humanities.” Digitcult 1, no. 1 (2016): 31-40. http://dx.doi.org/10.4399/97888548960244.

  27. Aalbersberg, IJsbrand Jan et al. Elsevier’s Article of the Future: enhancing the user experience and integrating data through applications Insights 25, no. 1 (2012): 33-43. http://dx.doi.org/10.1629/2048-7754.25.1.33.

  28. Santoro, Michele. Pubblicazioni cartacee e pubblicazioni digitali: quale futuro per la comunicazione scientifica. Memoria e ricerca, no. 8 (2001).

  29. Riva, Massimo. Change of paradigm: from individual to community-based scholarship. Humanist Studies & the Digital Age 4, no. 1 (2015).

  30. Fitzpatrick, Kathleen. The digital future of the authorship: rethinking originality. Culture Machine 12 (2011).

  31. Fitzpatrick, Kathleen. Peer-to-peer Review and the Future of Scholarly Authority, Social Epistemology: A Journal of Knowledge, Culture and Policy 24, no. 3 (2010): pp. 161-179, https://doi.org/10.1080/02691728.2010.498929.

  32. Fitzpatrick, Kathleen. Revising peer-review, Contexts 11, no. 4 (2012), https://doi.org/10.1177/1536504212466347.

  33. Ball, Cheryl E. “Assessing Scholarly Multimedia: A Rhetorical Genre Studies Approach”, Technical Communication Quarterly 12 (2012): 61-77.

  34. Ball, Cheryl E. e Eyman, Douglas. Editorial workflows for multimedia-rich scholarship, Journal of electronic publishing 18, no. 4 (2015), http://dx.doi.org/10.3998/3336451.0018.406.

Ultima consultazione URLs: 22/08/2018.

Tra gli studi più significativi dell’area anglosassone sul tema della monografia e della sua evoluzione cfr. ; ; ; ; .

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Cfr. il già citato .

Ci limitiamo, in questa sede, a fornire un quadro molto generale di una questione ampia e dibattuta. Rimandiamo per approfondimenti a e a .

Si veda la presentazione dei risultati di un progetto di ricerca congiunto di Univr, Cineca, Aie in: http://www.giornaledellalibreria.it/news-fiere-e-saloni-tra-editoria-e-universita-la-pubblicazione-completa-2725.html

Queste indicazioni sono emerse da un questionario somministrato ai direttori editoriali di alcune delle più influenti realtà editoriali del territorio nazionale. L’elaborazione dei dati è ancora in fieri al momento della stesura dell’articolo.

Cfr. .

http://taylorandfrancis.com/online/products/

http://www.clueb-testi.it/

Secondo l’ultimo rapporto dell’AIE il numero dei lettori italiani che alternano carta e e-book è cresciuto, dal 2014 al 2017, del 12%, così come il mercato degli e-book, riuscito a crescere, sempre rispetto allo stesso anno, di 24 milioni di euro. http://media.giornaledellalibreria.it/presentazione/allegati/Highlights_2018%20in%20progress.pdf

Si veda .

https://www.pandoracampus.it/

.

Il settore delle STM si è adattato più velocemente alla transizione per diverse ragioni […]:la maggiore urgenza per i risultati della ricerca, il numero di lettori più consistente ed esteso e la predominanza della forma articolo/rivista si prestano maggiormente al formato digitale (traduzione dell’autrice). .

http://jupyter.org/

https://www.elsevier.com/connect/designing-the-article-of-the-future

http://nanopub.org/wordpress/

Cfr. .

Cfr. https://academicbookfuture.org/

https://academicbookfuture.org/end-of-project-reports-2/

https://labs.jstor.org/monograph/

Cfr. .

.

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Tra le analisi più interessanti si vedano: ; .

Non semplicemente uno stratagemma per cui immagini, parole e musica, in virtù dell'essere giustapposte, aumentano il potenziale di significato di un testo. Piuttosto [...] un testo multimodale può creare un diverso sistema di significazione, che trascende il contributo collettivo delle sue parti costitutive (traduzione dell’autrice), : 225.

https://scalar.me/anvc/

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Ibidem .

https://mellon.org/resources/shared-experiences-blog/monograph-publishing-digital-age/

Workflow editoriali per referaggio, pubblicazione e conservazione di lavori di ricerca interattivi, ovvero pubblicazioni lunghe, native digitali, che si basano sulle caratteristiche interattive del web per connettere la ricerca alle relative fonti e testimonianze primarie e secondarie, alle visualizzazioni e agli strumenti software (traduzione dell’autrice). Ibidem.

Perché la ricerca, come genere, non dovrebbe sfruttare un mezzo di espressione che consente, ad esempio, interattività, mappe dinamiche e collegamenti tra contenuti testuali? Ma tutto questo sta per cambiare: fino ad ora nessuna casa editrice universitaria è stata intenzionata e/o in grado di referare e pubblicare criticamente significativi progetti di ricerca che fossero born-digital. Grazie invece alla avanguardistica iniziativa digitale della SUP, il divario tra ciò che gli studiosi di DH stanno facendo e i tradizionali e consolidati percorsi di distribuzione e accreditamento accademici è ora molto meno evidente (traduzione dell’autrice). http://stanfordpress.typepad.com/blog/2015/01/the-digital-pilot.html

Per approfondimenti sul tema della valutazione cfr. per il panorama italiano . Per approcci innovativi che tengono conto delle nuove complessità multimediali e della auspicata dimensione comunitaria, step–by–step e interattiva del referaggio digitale, si vedano invece ; e .

http://stanfordpress.typepad.com/blog/2015/01/the-digital-pilot.html.

Per affrontare queste sfide è fondamentale che i diversi soggetti interessati all'interno della sfera accademica - ricercatori, amministratori, editori, e così via - lavorino insieme per aprire la strada a nuove strategie di creazione e diffusione della conoscenza (traduzione dell’autrice). Anita Gibbs, «What would a scholarship of publication look like?», Higher Education Research and Development 32, no. 4, (2013): 687-689, https://doi.org/10.1080/07294360.2013.803310.

Su questo tema si veda l’analisi di Barbara Bordalejo, «Get Out of my Sandbox: Web Publication, Authority and Originality», Examining paratextual theory and its applications in digital culture, ed. Nadine Desrochers e Daniel Apollon (Hershey: IGI Global, 2014): 128-142, che pur trattando la questione dal punto di vista della fiction narrativa, riflette sulle inevitabili modifiche che la concezione standard di autorialità subisce con la pubblicazione in digitale. O ancora, si veda .

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