Recensione: Caterino, A. F., et al. (cur.). 2019. GLODIUM. Glossario di Informatica Umanistica. Ururi: Al segno di Fileta

DOI: http://doi.org/10.6092/issn.2532-8816/10743

Abstract

La presente recensione è dedicata al miscellaneo Glossario di Informatica Umanistica, un agile dizionario delle Digital Humanities ideato da Antonello Fabio Caterino e curato da un gruppo di studiosi coordinati da quest’ultimo. Il lavoro, aperto da due saggi introduttivi, raccoglie quarantacinque voci dedicate ad altrettanti termini italiani dell’informatica umanistica. Scopo del GLODIUM, che si propone come manuale a studenti e studiosi con poche o nulle conoscenze nel settore, è fornire alcune coordinate di tipo storico, semantico, etimologico, tecnico e applicativo.

The following is a review of Glossario di Informatica Umanistica, a small Digital Humanities (DH) dictionary, conceived by Antonello Fabio Caterino and edited by him and other scholars. The work, which opens with two introductory essays, is a collection of fourty-five entries dedicated to Italian DH terms and their definitions. The purpose of GLODIUM, which is primarily aimed at students and scholars with little or no DH knowledge, is to provide some basic information about each entry, such as meaning, origin, history, technology and applications.

Recensione

Nato e sviluppato sul web , il progetto di un GLOssario Di Informatica UManistica (GLODIUM) si pone, da qualche anno, l’obiettivo di raccogliere e definire i termini principali riconducibili al campo delle Digital Humanities (d’ora in poi DH).

Si tratta, senza dubbio, di un obiettivo ambizioso e, di per sé, lodevole. La realizzazione di uno strumento lessicografico dedicato al dominio dell’informatica umanistica era auspicabile rispetto a tre fini, corrispondenti ad altrettante categorie di possibili fruitori:

  1. sistematizzare, da un punto di vista tassonomico, il vocabolario di un settore il quale, piuttosto che identificarsi con una scienza, abbraccia molteplici attività e discipline, collocandosi al crocevia tra il dominio delle tecnologie e quello delle scienze umane;

  2. documentare, tanto da un punto di vista sincronico quanto da un punto di vista diacronico, la nascita, lo sviluppo e il mutamento di tale vocabolario, registrandone le fonti – innanzi tutto l’inglese –, i traslati, le risemantizzazioni, i meccanismi di formazione delle parole, etc.;

  3. costituire un punto di riferimento per quello che potremmo definire, parafrasando scherzosamente un’etichetta evocata nello stesso GLODIUM (p. 9), l’ umanista 1.0: colui che, occupandosi di scienze umane, non conosce (ancora) bene le tecnologie che l’informatica mette a disposizione della ricerca nella sua disciplina.

Il GLODIUM è esplicitamente orientato al terzo obiettivo. Come chiarisce Caterino – ideatore dell’opera –, l’intento del volume – così come, aggiungo io, della versione telematica, che nel volume a stampa confluisce senza significative manipolazioni, se non di carattere tipografico – è «principalmente manualistico: si vorrebbe offrire agli studenti, ovvero agli studiosi che muovono i primi passi all’interno della disciplina, uno strumento agile alla rapida consultazione, che contenga una prima scelta di lemmi non comuni, e per cui occorre una definizione chiara e lineare, senza eccessivi rimandi o appesantimenti» (p. 3).

Né la scelta né la struttura delle voci, in effetti, sembrano guidate da preoccupazioni di tipo lessicografico. L’avantesto, costituito da due brevissimi saggi introduttivi , non chiarisce i criteri soggiacenti alla compilazione del dizionario; quanto alla selezione dei lemmi, appare discutibile l’inserimento di voci ascrivibili non al dominio dell’informatica umanistica, quanto piuttosto a quello dell’informatica tout court – qualche esempio: ASCII (p. 15), Big data (pp. 27-29), Browser (pp. 31-32), CSS (pp. 41-42), FTP (pp. 65-66), Machine learning (pp. 83-86) – o ad altri domini – Archivio (pp. 11-13), Tassonomia (pp. 125-126) –; in alcuni casi l’inserimento è giustificato, almeno parzialmente, dal taglio della voce, che punta a circoscrivere il ruolo che una specifica nozione svolge nel campo delle DH: è il caso, per es., della voce Big data, alla cui prima parte, introduttiva, seguono considerazioni sull’applicazione dei Big data alle scienze umane; in altri casi – Database (p. 47) – tale collegamento è limitato all’enumerazione di progetti ricerca cui il referente della voce è legato a vario titolo; in altri ancora – Browser –, tuttavia, tale collegamento è del tutto assente. Emblematico è il caso della voce Machine learning: tra le più estese del glossario, essa si apre con una definizione – «branca dell’informatica, e in particolare dell’intelligenza artificiale (IA), che realizza algoritmi in grado di imparare autonomamente il compito richiesto» (p. 83) –, seguita da un breve excursus storico (pp. 83-84); sono poi spiegate le caratteristiche dei diversi tipi di apprendimento automatico (pp. 84-85). La chiusa evoca alcuni fra i campi di applicazione del machine learning, senza alcun riferimento a né a progetti concreti né al suo possibile impiego nelle scienze umane:

Molti settori riconoscono oggi il valore del Machine Learning grazie al quale sono in grado di lavorare con più efficienza e di acquisire un vantaggio competitivo; tra questi: i servizi finanziari (banche e altre aziende), la pubblica amministrazione (enti pubblici di sicurezza o dei servizi), l’assistenza sanitaria, il marketing, i trasporti, etc. (p. 85; corsivo nel testo).

In poco meno di tre pagine – bibliografia esclusa –, nessun accenno alle DH.

Colpisce, allo stesso tempo, l’assenza di voci ben più centrali rispetto al dominio dell’informatica umanistica, quali edizione digitale o sistema informativo geografico (SIG/GIS): etichette difficilmente assenti in un manuale o in una scuola che mirino a fornire, al profano, le coordinate del quadro disciplinare .

La struttura delle voci non è quella che ci si aspetterebbe da un dizionario – area dell’entrata, area della semantica, informazioni complementari –. Esse differiscono per lunghezza – dalle tre righe, sitografia esclusa, di Gold Open Access (p. 67), fra le voci più brevi e stringate, alle tre pagine e mezza di TEI (p. 127-130), fra le più lunghe e dettagliate –, presenza – Filologia Digitale (pp. 61-64), Hidden Web (pp. 71-73) – o assenza – Corpus (p. 35), Digital Death (p. 51) – di riferimenti bibliografici e sitografici e per suddivisione del testo: aspetto, questo, che esibisce con maggior evidenza il carattere eterogeneo dell’opera. L’apertura di alcune voci è dedicata a rapidissime informazioni etimologiche, semantiche o grammaticali, ora incorporate nel discorso, ora incorniciate da parentesi tonde, ora separate da ciò che segue per mezzo di un semplice accapo, senza uno schema ricorrente. Si riportano un paio di esempi:

Con il termine metadato, mutuato dall’inglese metadata – costituito dal greco μετὰ (meta: oltre, dopo) e dal plurale neutro latino data, informazioni – si indica l’insieme delle informazioni strutturate relative ai dati. (p. 89, s.v. Metadato; corsivo nel testo);

(lat. plur. corpora) (p. 35, s.v. Corpus; corsivo nel testo).

In un unico caso (Paratesto, pp. 109-111), infine, la voce è suddivisa in sottoparagrafi titolati (Definizione, Etimologia, Parti, Peritesto, Epitesto).

Più che come un vero glossario, concepito in maniera unitaria e rigorosamente strutturato, con voci omogenee e fra loro collegate – colpisce, in questo senso, la totale assenza di rimandi interni, che sarebbero assai utili, soprattutto al lettore profano –, il GLODIUM si presenta come un eterogeneo collettore di brevi articoli, di qualità piuttosto discontinua.

Svariate entrate – ASCII, CSS, DOI (pp. 53-54), EAD (pp. 57-58) –, così come svariate nozioni che, pur non essendo oggetto di una voce, sono evocate nel testo, sono costituite da acronimi: sebbene la maggior parte di essi sia sciolta in occasione del primo impiego – generalmente ciò avviene in apertura di voce –, tale buona pratica non è sistematica. Di PHP (s.v., p. 112), per esempio, si omette di ricordare che è l’acronimo di Personal Home Page ; così come in Big data (p. 29) non è sciolta la sigla dell’AIUCD (Associazione per l'Informatica Umanistica e la Cultura Digitale).

In conclusione, l’impressione generata dalla lettura del GLODIUM è quella di un’occasione mancata: quella di rendere un servizio davvero utile alla comunità cui il volume è rivolto. Ispirato da una buona idea, il manualetto è indebolito da una strategia non ben definita, da una curatela poco attenta e da una qualità oscillante dei singoli articoli. Pur non felicissimo, tuttavia, questo tentativo ha il merito di identificare quello che deve essere uno dei prossimi obiettivi della comunità scientifica: la compilazione di un dizionario – di dimensioni e impegno maggiori – dell’informatica umanistica. Sembra giusto concludere con alcuni suggerimenti, di natura lessicografica:

  1. riflettere preliminarmente sul tipo di voci che si intende glossare: a) termini dell’informatica umanistica; b) termini dell’informatica tout court che, per frequenza d’uso o per particolarità semantiche, giocano un ruolo importante nel discorso delle e sulle DH; c) termini delle scienze umane che assumono particolari significati nel contesto dell’informatica umanistica; d) vocaboli di uso comune – o di altri settori specialistici – risemantizzati;

  2. raccogliere un corpus di testi specialistici, cartacei e non, di cui effettuare uno spoglio; il risultato di tale spoglio, scremato di tutte le voci non pertinenti – parole di uso comune o termini di settori non legati all’informatica umanistica –, costituirà il lemmario, eventualmente integrato da vocaboli – assenti nel corpus – appartenenti alla competenza dei compilatori e da essi ritenuti pertinenti. La costituzione di un corpus di adeguate dimensioni limiterebbe la possibilità di omettere voci importanti, faciliterebbe la selezione delle entrate meno centrali rispetto al dominio dell’informatica umanistica e consentirebbe di fornire esempi concreti di uso di un dato vocabolo. Opportunamente trattato, inoltre, il corpus stesso potrebbe essere pubblicato in rete come strumento di ricerca lessicologica ulteriore;

  3. considerare la dimensione storica e quella geografica: non solo fornendo sistematicamente etimologia e datazione di un vocabolo, ma anche seguendone eventuali mutamenti semantici lungo l’asse diacronico ed eventualmente anche lungo quello diatopico – per es. nel caso di un termine che, mutuato da un’altra lingua, assuma in italiano una connotazione semantica nuova –;

  4. definire una struttura di voce adeguata ai fini dell’opera, sufficientemente elastica da permettere l’inserimento, laddove utile, di note storiche, culturali, tecniche, etc., ma tale da permettere, anche per le voci di maggiore estensione, una consultazione rapida nonché adatta alla specializzazione – linguista, storico, informatico, etc. – e al ruolo – studente, ricercatore, docente, tecnico – del lettore.

References

  1. Caterino, Antonello Fabio et al. (a cura di). GLODIUM. Glossario di Informatica Umanistica, Ururi: Al segno di Fileta, 2019.

  2. Aprile, Marcello. Dalle parole ai dizionari, Bologna: il Mulino, 2008 (1a ed. 2005).

Come spiegato nell’introduzione (p. 3, nota 1), il progetto GLODIUM «è ospitato all’interno del carnet de recherche Filologia Risorse Informatiche», all’indirizzo <https://fri.hypotheses.org/glossario-di-informatica-umanistica> (ultima consultazione: 1.4.2020). Dell’aprile del 2019 è il volume cartaceo – ma scaricabile anche in formato .pdf –, pubblicato dal marchio editoriale Al segno di Fileta.

Si è già accennato al primo; il secondo (pp. 5-9), che porta la firma di Marco Petolicchio, è dedicato a una domanda-chiave – formulata nel titolo – sul presente e sul futuro non solo dell’informatica umanistica, ma delle scienze umane in genere: Esiste un’umanistica non digitale?

Va ricordato che il GLODIUM, sebbene ciò non sia esplicitamente dichiarato, è un progetto in fieri. Più che rimarcare le innumerevoli assenze, dunque, ci si deve forse chiedere se avesse senso, in una fase ancora precoce – 45 voci redatte -, produrre un volume a stampa con intenti manualistici.

Si rimanda al § 9.4 di : 170-189: sebbene l’obiettivo dell’autore sia quello di descrivere i dizionari d’uso, il modello può essere considerato valido anche per quelli specialistici.

Se la distinzione tra bibliografia e sitografia può essere giustificata, tecnicamente, dal diverso modo in cui si trattano, come entrata, un sito web e una pubblicazione – ciò non vale tanto per articoli o libri scaricabili da internet o ivi consultabili, che possono essere trattati alla stregua delle pubblicazioni cartacee, quanto per siti, risorse e applicazioni web (per fare solo un esempio: Google Books) –, appare poco perspicua la distinzione tra una Bibliografia consultata e una Bibliografia consigliata: la cosa avrebbe un senso se la prima raccogliesse esclusivamente i lavori richiamati esplicitamente nel testo, mentre la seconda contenesse articoli e libri, non citati, di cui si raccomanda la lettura. Tale distinzione funzionale non è praticata.

Il collegamento tra riferimenti nel testo ed entrate bibliografiche o sitografiche, inoltre, non è sempre agevole. Nella voce Informatica umanistica (pp. 77-79), per es., si trovano riferimenti a «Monella (2013)» (p. 77) e a « Ramsay (2011a)» (ibidem): il primo potrebbe riferirsi a «Monella P., L’informatica umanistica tra istituzionalizzazione e strumentalismo, <http://www1.unipa.it/paolo.monella/lincei/files/where/strumenti_v2.0.pdf>», così riportato – senz’anno – in sitografia (p. 79); del secondo è impossibile individuare l’entrata.

Per la verità, Personal Home Page era lo scioglimento dell’acronimo alle origini di PHP (1994); successivamente, la medesima sequenza di grafemi divenne l’acronimo ricorsivo di PHP: Hypertext Preprocessor. Cfr. <https://www.php.net/manual/en/history.php.php> (ultima consultazione: 1.4.2020).

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