L'Archivio degli Iblei

DOI: http://doi.org/10.6092/issn.2532-8816/8141

Abstract

Questo elaborato ha lo scopo di esaminare l’Archivio degli Iblei, un progetto di storia pubblica digitale che si presenta come un archivio partecipato collaborativo. L’elaborato parte da una descrizione dettagliata del progetto, per poi fare un esame dello stato dell’arte e, infine, arrivare a evidenziare i pregi e i difetti del progetto, presentando anche eventuali proposte di miglioramento.

This article examines Archivio degli Iblei, a digital public history collaborative project and archive. It starts with a detailed description of the project, then surveys the state of art and concludes with an analysis of merits and limitations with suggestions for potential improvements.

Introduzione

L’incontro con il digitale, e in particolare con la rete, ha avuto un forte impatto sulla public history e sul suo scopo di trasportare la storia al di fuori dei confini accademici, verso un pubblico di non addetti ai lavori al fine di rispondere ai «bisogni di storia» della società e di allargare il campo d’azione dello storico dandogli un impegno attivo nella risoluzione dei problemi politici e sociali fatta al di fuori di riviste accademiche o congressi scientifici. La digital public history ha cambiato il modo in cui la storia viene scritta e condivisa e anche il modo in cui le fonti vengono conservate e pubblicate. Archivi, biblioteche e musei digitali sono solo alcune delle principali novità introdotte.

Gli archivi collaborativi e condivisi e i cosiddetti archivi inventati permettono anche a un pubblico estraneo al mondo accademico, a diversi livelli, di contribuire alla condivisione e alla creazione di fonti e di memorie digitali; combinati con la pratica del crowdsourcing, permettono di sfruttare al meglio le potenzialità della rete, aprendo a chiunque la possibilità di fare storia e di costruire memorie individuali e collettive. Per lo stesso fatto di essere caricati e condivisi in rete, infatti, documenti come fotografie, testi, video, e altre fonti assumono un «senso sociale». Corredati da un esaustivo apparato di metadati che sappia «farli parlare», diventano cioè testimonianza collettiva di un evento, di una memoria nella quale può rispecchiarsi quella individuale di ognuno, che costruisce la propria identità passando anche per il senso di appartenenza a una comunità.

Da un lato, dunque, la digital public history, mira a raggiungere quell’obiettivo di estensione significativa della partecipazione del pubblico alla ricerca storica, ai metodi e agli strumenti del fare storia (validandone anche e soprattutto di nuovi) che si era già prefissata la storia pubblica alla sua nascita intorno al 1968 in Gran Bretagna grazie ai workshops organizzati presso il Ruskin College di Oxford e all’attività di Raphael Samuel, che mirava ad avvicinare un pubblico di non accademici alla storia, vedendo in essa la possibilità positiva di imparare dal passato e affrontare grazie al suo studio i problemi sociali e politici del presente, dando alla storia e chi la fa un ruolo attivo nella società. L’incontro della storia con gli strumenti digitali, a cominciare dai computer e dalla rete infatti, può avere un impatto positivo e significativo sull’allargamento della partecipazione del pubblico alla storia, ad esempio aumentando notevolmente la capacità di condivisione di documenti, grazie ai social networks.

Dall’altro lato, accanto al concetto di partecipazione di un pubblico più vasto al racconto della storia, la digital public history e in realtà la public history in generale sono strettamente legate al concetto di mediazione di contenuti e di documenti storici, condivisi tra un vasto pubblico anche di non addetti ai lavori. Il fatto che chiunque, anche se al di fuori del mondo accademico, possa fare storia, il concetto di una storia partecipata e fatta anche con strumenti e metodi nuovi forniti dall’incontro con il digitale (modellazione 3D, mappe virtuali, edizione digitale di fonti, ...) non possono intaccare alcuni aspetti fondamentali della ricerca e del metodo storico, come la trasparenza e la contestualizzazione delle fonti storiche, la tensione verso la verità e l’obiettività storica (anche se impossibili da raggiungere completamente). Quello che bisogna evitare è che l’obiettivo di storia allargata a e fatta da un vasto pubblico si trasformi in un insieme di fonti poco chiare, non verificate e prive dei metadati necessari per la loro constestualizzazione; o ancora peggio, che la storia non sia più una storia fatta dal pubblico ma per un determinato pubblico, assoggettata a ideologie politiche o di altro tipo; o ancora che, priva del contesto sociale e storico in cui è stata prodotta, la fonte storica sia strumento adoperato in un racconto autoreferenziale che non aggiunge niente alla consapevolezza storica di un gruppo o di una comunità. Evitare questo significa introdurre nella storia pubblica e nella storia pubblica digitale il ruolo di mediazione dello storico di professione o meglio, di una nuova figura di storico: lo storico pubblico digitale. Lontana dall’essere una rivendicazione della natura prettamente accademica della ricerca storica, tale figura risponde concretamente alla necessità di indirizzare verso la veridicità, la trasparenza e la contestualizzazione delle fonti la storia, la quale continua ad essere condivisa e scritta dal pubblico di non accademici verso cui si mira ad avvicinarla. Come afferma Noiret, si tratta di introdurre la figura di «un intermediario professionale necessario per inquadrare scientificamente il lavoro di raccolta di documenti» , «un intermediario delle attività del grande pubblico con la storia e la memoria nella rete». Si tratta soprattutto del ruolo di colui che per mezzo del suo lavoro di mediazione tra il pubblico e la storia è in grado di dare rilevanza storica a esperienze, sensazioni, emozioni e sentimenti raccontati dalle fonti fornite dal vasto pubblico che fa la storia, constestualizzandole e rendendole parti di un’esperienza storica collettiva nella quale si rispecchia l’identità di ogni singolo individuo. A questo suo ruolo di intermediario, lo storico pubblico digitale accosta la conoscenza e l’apertura verso gli strumenti e i canali digitali, non sempre ben visti dagli storici accademici, e la capacità di collaborare con altri professionisti (informatici, linguisti, linguisti computazionali, grafici, ...) all’interno di team interdisciplinari.

Partecipazione del pubblico sia attiva, attraverso attività (come il crowdsourcing) rese possibili grazie all’incontro con il digitale, che passiva, attraverso la possibilità di accedere tramite la rete a fonti e documenti storici ampiamente condivisi, e mediazione da parte dello storico pubblico digitale, aperto all’uso di nuovi strumenti digitali e alla collaborazione con professionisti di altri settori disciplinari, appaiono dunque come due ingredienti fondamentali per avviare un progetto di storia pubblica digitale.

L’Archivio degli Iblei

L’archivio degli Iblei è un archivio digitale partecipato che riunisce fonti (principalmente fotografie, documenti, testimonianze orali, storie di famiglia, ricerche, tesi di laurea) provenienti da archivi pubblici, privati e da singoli. Attraverso la pratica del crowdsourcing, ha l’obiettivo di favorire la riflessione e la ricerca sulla storia, soprattutto novecentesca, dei paesi del ragusano, valorizzandone il patrimonio storico, paesaggistico, documentario e iconografico.

Avviatosi ufficialmente nel 2013, esso nasce all’interno del progetto Terramatta, realizzato dalla Cliomedia Officina , impresa di public history italiana, fondata da Chiara Ottaviano e Peppino Ortoleva. Il progetto ha dato vita al film documentario Terramatta: il Novecento italiano di Vincenzo Rabito, analfabeta siciliano, tratto dall’omonimo libro di Vincenzo Rabito, e a un sito web ad essi dedicato. Dal 2015 l’archivio è gestito dall’Associazione di promozione sociale Archivio degli Iblei con il sostegno del Consorzio Universitario della Provincia di Ragusa . Nel suo statuto l’associazione si presenta come un’associazione di promozione sociale e culturale senza fini di lucro che svolge tra le tante attività, quella di valorizzazione del patrimonio storico, artistico e archivistico pubblico e privato, di ricerca storica e sociale, di digital history e public history, di formazione in ambito scolastico.

I principali canali di comunicazione, partecipazione e condivisione dell’archivio sono il sito web e il gruppo Facebook . Alcune tra le pagine più importanti dell’archivio, di cui si tratterà nelle sezioni successive, sono Leggere il paesaggio, Autobiografie e storie di famiglia, il cosiddetto caso Campanella e quelle dedicate alle iniziative che hanno coinvolto direttamente o indirettamente il pubblico non esperto di storia e le scuole, come i due spettacoli teatrali Oltre al Fronte e i Laboratori di storia 2016.

Sito web e gruppo Facebook

L’Archivio degli Iblei cresce anche grazie al contributo degli utenti e di chi vuole condividere un pezzo della storia del sud est siciliano attraverso il sito web e il gruppo Facebook, i due principali canali di comunicazione e condivisione utilizzati dall’associazione.

Il primo nasce come una delle sezioni del sito ufficiale del film documentario Terramatta già citato, vincitore del premio Nastro d’argento 2013.

Il gruppo Facebook è la fonte principale di crowdsourcing dell’archivio. Conta oltre tremila partecipanti e la stessa Chiara Ottaviano, nonché alcuni dei nomi più ricorrenti all’interno dell’archivio ne sono parte. Il gruppo, citando la sezione Informazioni è «aperto a tutti coloro che vogliono partecipare al progetto Archivio degli Iblei».

Come descritto più in particolare nelle sezioni successive, sia il sito web che la partecipazione attiva del pubblico attraverso il gruppo Facebook presentano importanti caratteristiche positive che fanno del progetto Archivio degli Iblei un interessante e lodevole esempio di storia pubblica digitale in Italia, ma non sono esenti da alcune lacune la cui eliminazione contribuirebbe ad innalzare il livello già molto buono dell’archivio.

Il materiale dell’archivio

L’Archivio degli Iblei, in sostanza, è un invented archive, cioè una «collezione ex-novo, creata in formato digitale senza che ci sia stato un deposito fisico presso un ente deputato istituzionalizzato alla sua raccolta e conservazione» . Al materiale dell’archivio, attraverso il sito web, si può accedere in più di un modo, tra cui appaiono particolarmente efficaci i percorsi tematici. Alcuni dei percorsi consigliati sono In campagna, Il mangiare, La scuola o La prima guerra mondiale. Scegliendo uno dei percorsi tematici si passa a una pagina con una citazione tratta da Terra matta, un approfondimento che la riguarda e, infine, si ha accesso ai contenuti presenti nell’archivio che riguardano il tema scelto; possono essere video con racconti, testimonianze o interventi di esperti e meno esperti, immagini significative di utenti o di fotografi, spesso con una parte testuale di approfondimento, materiali testuali come pubblicazioni e tesi di laurea, o autobiografie e storie di famiglia, i cui autori, se non sono direttamente protagonisti, appartengono alla famiglia di cui si racconta o mantengono uno stretto rapporto di parentela .

I materiali raccolti presentano in linea generale un insieme di metadati sufficiente a garantirne la contestualizzazione storica, ma essa sembra maggiormente concentrata sui documenti che riguardano le iniziative principali dell’associazione ed è più scarsa, ma sufficiente, per quanto riguarda le fonti contenute nella sezione Archivio immagini.

Leggere il paesaggio

Una sezione interessante dell’Archivio degli Iblei e che la stessa associazione sembra spingere particolarmente, soprattutto attraverso la pratica del crowdsourcing, è quella denominata Leggere il paesaggio. Si tratta di segnalazioni volontarie, spesso estratte da un post con relativa discussione all’interno del gruppo Facebook, che riguardano tutti quei segni, costruzioni, artefatti e siti archeologici che hanno fatto la storia del sud est siciliano.

Spesso si tratta di interventi di utenti (con foto e approfondimenti) del gruppo Facebook che, dopo essere filtrati dalla redazione, vengono inseriti all’interno dell’archivio, citando l’autore e la data di pubblicazione; inoltre, se particolarmente interessanti sono aggiunti anche i commenti relativi al post.

post arricchito dai commenti degli utenti

post arricchito dai commenti degli utenti

In alcuni casi sono citati uno o più testi di approfondimento per il tema di cui si tratta, oppure rimandi ad altro materiale dell’archivio che può risultare interessante, come testimonianze o interventi.

Ancora, quando occorre, le immagini sono contestualizzate geograficamente mediante l’uso di mappe dinamiche e interattive. Si tratta di mappe del luogo con alcuni indicatori; selezionando uno di questi appare una finestra con l’immagine dell’oggetto/artefatto/sito che si trova in quelle coordinate e una descrizione (anche se il più delle volte la descrizione si limita a informare da chi è stata scattata la foto).

esempio di mappa dinamica

esempio di mappa dinamica

Autobiografie e storie di famiglia

Un’altra sezione molto importante dell’archivio è Autobiografie e storie di famiglia , che raccoglie testi e documenti biografici e autobiografici riguardanti, appunto, le storie di famiglie del ragusano. Gli autori di queste storie possono essere protagonisti diretti coinvolti in prima persona negli eventi narrati oppure, in caso contrario, appartenenti alla famiglia di cui si raccontano gli eventi.

esempio di storia di famiglia

esempio di storia di famiglia

Ogni storia è formata da materiale audiovisivo e/o fotografico accompagnato da un racconto dell’autore e spesso anche da un’introduzione che mira a contestualizzare il materiale fornito e la storia raccontata (Figura 3).

Le fotografie e le immagini sono arricchite inoltre del minimo corredo necessario di metadati, ovvero una breve descrizione, la provenienza, la data di produzione.

Anche i racconti che le accompagnano, in formato PDF, sembrano essere stati sottoposti a un lavoro di filtraggio di un esperto o, comunque, di una mano non completamente estranea al discorso storico, che possiamo ipotizzare sia quella della redazione dell’archivio. Alcuni di essi, infatti, presentano delle note esplicative che aiutano il lettore a comprendere meglio espressioni usate o eventuali incongruenze o eventi raccontati (Figura 4).

esempio di nota esplicativa

esempio di nota esplicativa

La presenza di note, introduzioni e metadati evidenzia la chiara volontà di evitare la presentazione dei contenuti come scatti o racconti isolati e decontestualizzati, e di renderli, invece, segni, prove, testimonianze storiche e sociali, riconoscendo quello che Noiret chiama il loro «senso pubblico». Il lavoro di filtraggio e messa in rilievo di esperienze individuali o di un ristretto gruppo come quello familiare tramite la loro contestualizzazione al fine di renderle esperienze storiche condivise dalla comunità rispecchia inoltre il ruolo di intermediario che sempre Noiret riconosce allo storico pubblico digitale. Queste caratteristiche contribuiscono ad aumentare il livello di accuratezza e trasparenza nella pubblicazione delle fonti da parte dell’archivio, anche se non è chiaro chi ci sia effettivamente dietro il lavoro di revisione e contestualizzazione di questo tipo di fonti. Possiamo infatti ipotizzare che si tratti della redazione dell’archivio.

Iniziative

Una sezione importante del sito web è Iniziative, che contiene le principali iniziative promosse dall’Associazione Archivio degli Iblei, permettendo di comprendere più da vicino le caratteristiche della sua attività.

Tra le iniziative spicca sicuramente Oltre al fronte. La Grande Guerra e i paesi iblei, un progetto di Cliomedia Officina per l’Archivio degli Iblei. Esso consiste nella raccolta di fonti (come lettere, quaderni di appunti, foto, canzoni) riguardanti la prima guerra mondiale e provenienti da archivi pubblici e privati del ragusano e nella realizzazione di un omonimo spettacolo teatrale che è andato in scena per la prima volta il 1 giugno 2015 al Teatro Ideal di Ragusa e che ha avuto una seconda edizione , sempre presso il Teatro Ideal, il 29 novembre 2016, in occasione della quale ha registrato il sold out. Il progetto, inoltre, è stato inserito tra gli eventi del Centenario della Prima Guerra Mondiale 2014-2018, promosso dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri.

locandina di Oltre al Fronte

locandina di Oltre al Fronte

La prima edizione dello spettacolo è disponibile sul sito dell’archivio suddivisa in dodici capitoli e ci mostra ancora una volta la volontà degli organizzatori di contestualizzare gli avvenimenti trattati e i documenti forniti al fine anche di renderli maggiormente comprensibili al pubblico e di non lasciare che i materiali costituiscano oggetti fini a se stessi. Ogni video corrispondente a un capitolo è, infatti, anticipato da una breve descrizione degli eventi narrati e da un link ai documenti commentati al suo interno. Nei video è inoltre possibile riconoscere la stessa Chiara Ottaviano che commenta eventi e materiali. Infine, è riportata una bibliografia essenziale di pubblicazioni che sono state d’ausilio per la selezione e la lettura delle fonti.

L’ambizioso progetto di raccolta di documenti relativi alla Grande Guerra nei paesi iblei mostra la capacità degli organizzatori di congiungere due ingredienti principali di un buon progetto di storia pubblica digitale, ovvero partecipazione del pubblico e mediazione da parte dello storico pubblico digitale. Chi ha pensato e realizzato questo progetto è infatti stato in grado di coinvolgere il pubblico nel racconto della Prima Guerra Mondiale vissuta nei paesi del ragusano, non solo attraverso ben due spettacoli teatrali consistenti nella presentazione dei documenti raccolti, ma anche attivamente nello stesso lavoro di raccolta delle fonti. Come afferma Chiara Ottaviano, ideatrice del progetto , in un’intervista al quotidiano La Sicilia uscita proprio il primo giugno 2015 in occasione della prima edizione dello spettacolo infatti, «ogni dettaglio si rivela prezioso per gli studi. In ogni casa, anche in questo estremo lembo orientale di Sicilia è certo, esiste un cassetto in cui ciascuna famiglia conserva la propria memoria storica. Sono quelle cartoline dal fronte, quegli scambi epistolari, quelle fotografie, che se sommate e studiate costituiscono l’ossatura del lavoro archivistico. Ogni elemento è potenzialmente prezioso (...)». I responsabili del progetto inoltre sono stati capaci di dare importanza alla figura dello storico pubblico digitale come intermediario capace di dare rilevanza storica ai documenti raccolti dal pubblico attraverso il lavoro di selezione e contestualizzazione degli stessi non solo grazie alla voce diretta di Chiara Ottaviano all’interno dello spettacolo teatrale, ma anche grazie alla pubblicazione online dei materiali accompagnati da una bibliografia essenziale e dai metadati necessari per comprenderne il valore storico e sociale. Inoltre i principali responsabili del progetto sono indicati esplicitamente proprio in una pagina del sito web ad esso dedicata .

La seconda edizione dello spettacolo, invece, è stata realizzata nell’ambito di un’altra importante iniziativa promossa dall’Associazione Archivio degli Iblei, i Laboratori di storia 2016. In particolare, sono stati istituiti due laboratori con l’obiettivo di instaurare un contatto diretto con gli studenti e gli insegnanti di scuole medie e superiori.

Il primo è proprio il laboratorio Oltre al fronte. La Grande Guerra raccontata dagli iblei, con la finalità di raccogliere fonti riguardanti la Prima Guerra Mondiale, provenienti da archivi pubblici e privati, e di produrre la seconda edizione dello spettacolo teatrale utilizzando i documenti raccolti.

Il secondo laboratorio è Le nostre storie: scoprirle, raccontarle, farle conoscere, che sarebbe consistito nella ricerca sul territorio ibleo di tracce e segni della sua storia con l’obiettivo di elaborare nuovi contenuti digitali, testuali e iconografici destinati anche alla pubblicazione su Wikipedia.

Ogni laboratorio prevedeva un corso di cinque incontri seminariali destinati agli insegnanti e da svolgersi tra febbraio e marzo 2016, e una successiva fase di attività di lavoro degli insegnanti con le classi monitorata e assistita a distanza dall’associazione. Infine, in ogni laboratorio si mirava a raccogliere e analizzare i risultati di ricerca dei gruppi di lavoro attraverso la loro eventuale pubblicazione sul portale dell’archivio stesso.

Riguardo a questa iniziativa tuttavia, a parte la seconda edizione dello spettacolo Oltre al fronte, non è possibile accedere direttamente a risultati concreti come il materiale raccolto dalle classi e le voci di Wikipedia prodotte e non è dunque possibile verificare i risultati effettivamente raggiunti, né il ruolo svolto dall’associazione nella formazione seminariale degli insegnanti e nel rapporto tra insegnanti e studenti. Sul lato della partecipazione quindi, la mancanza sul sito web di un link diretto ai documenti raccolti e alle voci di Wikipedia realizzate e di una più dettagliata descrizione delle effettive attività svolte dagli insegnanti con le classi, non permette di valutare la reale efficacia dell’iniziativa e la capacità di coinvolgimento degli studenti.

Tra le iniziative dell’Archivio degli Iblei, significativo è anche il cosiddetto caso Campanella, che è giunto sulle pagine dei quotidiani nazionali e che è stato inserito tra gli Speciali dell’Archivio.

Carmelo Campanella è un allevatore di Ragusa nato nel 1931. Sull’autobus diretto a Roma in occasione del Giubileo del 2000, egli recita agli altri viaggiatori canzoni, indovinelli, preghiere appartenenti alla tradizione orale, di cui è stato custode fino a quel momento, un vero e proprio «tesoro». Così, infatti, egli lo chiama nella pagina di presentazione della sua raccolta Accusì, pubblicata integralmente sul portale dell’archivio nel febbraio 2015 e conservata anche alla Biblioteca Civica di Ragusa.

Per la trascrizione del suo patrimonio culturale il signor Campanella si serve inizialmente di mezzi di fortuna (sacchi di mangime, un calendario) e, infine, per nulla estraneo alla rete, decide di usare un computer per trascrivere integralmente la sua raccolta.

Sul sito web dell’archivio sono presenti numerosi video divisi in sezioni, nei quali non solo Campanella racconta se stesso e il suo rapporto con i mezzi di comunicazione , ma in cui recita preghiere e racconti , o mostra il suo prezioso «papiro». I video sono sempre accompagnati dalla trascrizione del testo recitato.

Sono presenti anche i video degli incontri e delle interviste con Chiara Ottaviano, Andrea Nicita, membro della redazione dell’Archivio, e Gianni Guastella, professore di Lingua e Letteratura Latina all'Università di Siena. La testimonianza del signor Campanella, infatti, non è relegata a mera auto-narrazione e l’obiettivo sembra essere quello di non trattare i racconti come singoli episodi a sé stanti e privi di contesto. Essa è studiata, approfondita e analizzata da questi tre professionisti. Sul sito web dell’archivio, Chiara Ottaviano fornisce un’introduzione attraverso la quale mira a contestualizzare le storie di Campanella e a rintracciare la provenienza di alcuni dei personaggi in esse citati. Guastella e Nicita si interrogano, invece, sul rapporto tra oralità, scrittura e rete e sulla richiesta di riconoscimento affidata alla trascrizione , con due saggi integralmente pubblicati sul portale dell’archivio.

Il caso Campanella può essere considerato un buon esempio di cosa sia e di come si faccia storia pubblica digitale. Un semplice contadino, possessore di un grande patrimonio culturale, consapevole di questo ma del tutto estraneo al mondo accademico e alla metodologia storica, viene trasportato nella storia e con la sua raccolta di racconti, preghiere, canzoni, video-testimonianze e interviste, fa storia. Fornisce a una comunità, quella ragusana, la possibilità di identificarsi con le sue memorie e di costruirsi attraverso di esse. Il tutto è abilmente mediato dal lavoro di professionisti che incarnano la figura dello storico pubblico digitale, «un intermediario professionale necessario per inquadrare scientificamente il lavoro di raccolta di documenti» , «un intermediario delle attività del grande pubblico con la storia e la memoria nella rete». Ancora una volta, all’interno di questo progetto si mescolano mediazione da parte di storici e studiosi in grado di contestualizzare gli eventi narrati dando loro rilevanza sociale e storica e partecipazione del pubblico sia attiva, grazie al coinvolgimento diretto del contadino Carmelo Campanella, che passiva, grazie alla diffusione e condivisione della sua esperienza attraverso la pubblicazione della raccolta Accusì e di alcuni dei suoi video-racconti all’interno del sito web dell’archivio. Un maggiore sforzo per l’espansione della condivisione dell’esperienza individuale di quest’uomo che diventa simbolo e parte dell’esperienza collettiva della comunità ragusana potrebbe essere fatto attraverso l’aggiunta di traduzioni delle video-testimonianze e dei testi trascritti, essendo esse principalmente in siciliano, in modo da favorire la comprensione di questi importanti documenti anche ad un pubblico più giovane o che non conosce il siciliano.

L'Archivio e gli altri

L’Archivio degli Iblei è un archivio virtuale partecipato che utilizza come strumento principale di condivisione la pratica di crowdsourcing, definito da Melissa Terras, promotrice del progetto Transcribe Bentham , «un’opera comunitaria che richiede l’inquadramento scientifico per valorizzare il contributo di ognuno».

Progetti di questo tipo sono stati promossi, specialmente negli Stati Uniti, dal CHNM (Center for History and new Media) , sostenuto dalla George Mason University: Gulag: Many Days, Many Lives , un altro esempio di invented archive (o archivio inventato), e Hurricane Digital Memory Bank.

Si tratta di progetti storiografici di digital history che, ispirati da motivazioni di public history, spingono alla partecipazione diretta degli utenti e dei lettori con gli storici per la creazione di un archivio digitale ex novo in rete e la raccolta di testimonianze, interventi o materiale di memorie individuali o collettive , in un modo non troppo distante da quello dell’Archivio degli Iblei. Un altro celebre caso di questo genere è quello di The September 11 Digital Archive, che raccoglie e presenta la storia degli attacchi in New York, Virginia e Pennsylvania dell’11 settembre 2001. Escludendo la fonte principale di crowdsourcing rappresentata dal gruppo Facebook, per la raccolta dei documenti sul sito web dell’Archivio degli Iblei viene fornito semplicemente l’indirizzo di posta elettronica della redazione. Progetti come Hurricane Digital Memory Bank e The September 11 Digital Archive, invece, danno la possibilità agli utenti di inviare direttamente dal portale web le loro testimonianze, permettendo di scegliere anche la categoria del documento e di inserire una breve descrizione.

L’Archivio degli Iblei fa ampio uso della fotografia, uno strumento molto importante per fare digital public history. Può essere utile il paragone con un altro progetto, tutto italiano, che fa anche uso della fotografia, permettendo attraverso la sua condivisione in rete di raccontare esperienze e percorsi individuali immergendoli nella dimensione collettiva. Si tratta del Museo virtuale della memoria collettiva di una regione: la Lombardia (M.U.V.I.) , che Noiret ha definito come «forse il migliore esempio italiano di Public History». Come accade per l’Archivio degli Iblei, attraverso il sito web è possibile interrogare il database e viene richiesto agli utenti di corredare le fotografie e i documenti con metadati, descrizioni e didascalie che aiutino a contestualizzare gli eventi rappresentati.

Ancora, un ulteriore esempio di progetto che usa, in questo caso principalmente, la fotografia, è la mostra virtuale organizzata dalla Fondazione Dalmine su scatti fotografici e testimonianze storiche dell’industria multinazionale bergamasca. Un workshop accompagnava la mostra virtuale, ma in questo caso, le fotografie erano carenti dei metadati ad esse relativi, mentre un forte rilievo è stato dato alla bellezza estetica delle immagini. Tra i diversi documenti contenuti nell’Archivio degli Iblei vi sono anche filmati che riportano testimonianze su diversi aspetti della società raccontati attraverso l’esperienza individuale di ognuno. Nell’ambito dei progetti che raccolgono testimonianze di tipo audio e video, è da citare Memoro - la Banca della Memoria, che incoraggia e raccoglie i racconti di persone nate prima del 1950. Le testimonianze ricevute sono sottoposte al filtraggio della redazione che aggiunge metadati, sceglie la categoria di appartenenza e li inserisce in percorsi tematici. Per ogni racconto è possibile esprimere una valutazione e condividerlo sui social. L’Archivio degli Iblei è presente su Memoro come «cercatore di memoria» che ha caricato più di un centinaio di video-testimonianze.

Progetti di questo tipo sono interessanti anche alla luce della ricerca condotta nel 1998 da due storici statunitensi, Roy Rosenzweig e David Thelen, che si sono interrogati sulla presenza del passato nella società del loro paese. Ciò che ne è risultato indica che negli Stati Uniti esiste una preferenza sostanziale per una storia priva di mediatori; o meglio, la preferenza va a una storia senza storici accademici come mediatori.

L’equilibrio tra partecipazione e mediazione

L’Archivio degli Iblei è un progetto grande e ambizioso, nonché un ottimo esempio di storia pubblica digitale. La sua qualità principale è la quasi maniacale cura nei dettagli, che non possono non essere annoverati fra i numerosi pregi che questo progetto esibisce.

Come mostrato da alcuni dei progetti e delle iniziative dell’archivio riportati nelle sezioni 2.3, 2.4 e 2.5, uno dei punti di forza dell’Archivio degli Iblei è rappresentato dalla capacità dei suoi principali responsabili e collaboratori di ricercare e spesso raggiungere un equilibrio tra la partecipazione del pubblico al racconto della storia e il ruolo di mediazione in questo racconto, svolto da studiosi e storici professionisti in grado di dare un’adeguata rilevanza storica e sociale agli eventi narrati, trasformandosi in quelli che Noiret definisce intermediari «delle attività del grande pubblico con la storia e la memoria nella rete» , ovvero in storici pubblici digitali.

Il primo, grande elemento positivo in questo lavoro di mediazione è la sezione Chi siamo del sito web dedicato al progetto; o meglio, la chiarezza d’intenti che esprime. Anche se può sembrare banale, quasi un’ovvietà, non lo è; difatti, è lodevole, nella suddetta sezione, come il primo elemento ad essere spiegato sia proprio il fine per cui questa associazione è nata: «L'Archivio degli Iblei nasce con l’intento di valorizzare il patrimonio storico, paesaggistico, documentario e iconografico degli Iblei, il territorio a sud est della Sicilia che corrisponde prevalentemente ai paesi che costituiscono attualmente il Consorzio di Ragusa. Vuole essere un punto di riferimento per chi opera nel territorio, un'occasione di visibilità oltre i confini regionali e nazionali, un originale esempio di positiva collaborazione fra enti e soggetti diversi. Alla base del progetto vi è la convinzione che la risorsa cultura sia un bene prezioso per la comprensione del presente e per la progettazione del futuro, anche a partire dalla consapevolezza del proprio passato».

La competenza professionale dei responsabili del progetto in grado di fare da intermediari nel racconto della storia da parte di un pubblico anche di non accademici è dimostrata dal fatto che dietro le quinte di questa ambiziosa iniziativa c’è Chiara Ottaviano, che ha dato il via al progetto e ha come collaboratori Ambra Tumino, un architetto appassionato di storia e archivi, e Andrea Nicita, laureato in Filosofia ed Estetica presso l’Università di Roma Tor Vergata e membro della redazione di Cliomedia Officina : in sostanza un’équipe di tutto rispetto che garantisce la qualità del lavoro svolto.

Una maggiore sicurezza sull’importante ruolo di intermediazione da svolgersi attraverso il lavoro di persone competenti e in grado di contestualizzare le fonti raccolte senza tuttavia ostacolare in alcun modo la partecipazione del pubblico al racconto storico, potrebbe essere raggiunta facendo fronte alla poca chiarezza con la quale, nella pagina Chi siamo del sito web, vengono individuate le persone promotrici e autrici del progetto. Sono assolutamente chiare le finalità dell’associazione e i principali enti con cui collabora, ma a parte il riferimento ad un’anonima redazione, non sono forniti direttamente nomi, cognomi e contatti dei suoi componenti. I principali responsabili del progetto possono essere estratti dalla sezione Credits, comunque non immediatamente visibile, e facendo qualche ricerca in Internet al di fuori del sito stesso. L’attestata competenza professionale dei principali promotori del progetto tuttavia, Ottaviano, Nicita e Tumino, fornisce forti rassicurazioni sulla sua trasparenza e mitiga le fattezze incerte della redazione a cui è affidato il lavoro di revisione dei contenuti dell’archivio, ma un livello ancora maggiore di trasparenza potrebbe essere raggiunto indicandone in maniera più esplicativa i membri e le loro competenze.

Per quanto riguarda il materiale presente nell’archivio e nel sito web, abbiamo a disposizione un altro punto in favore di una valutazione positiva: i contenuti dell’archivio sono tanti e aggiornati continuamente, grazie anche alla natura collaborativa del progetto. Si tratta di fotografie, immagini, testi, fonti primarie, video di approfondimenti, video di testimonianze, storie di famiglia e descrizioni delle varie iniziative intraprese. Un ulteriore punto a favore dell’Archivio degli Iblei è fornito dalla importanza che viene data alle fonti orali. Oltre alle testimonianze orali del signor Campanella raccolte in video-interviste in una pagina dedicata (si veda la sezione 2.5), all’interno del sito dell’archivio, infatti, l’apposita sezione Testimoni e studiosi raccoglie le testimonianze orali di persone comuni accanto a interventi di intellettuali e studiosi che offrono importanti spunti di riflessione. All’interno del sito web, al materiale si può accedere per percorsi tematici, oppure navigando tra le varie sezioni come quella di Leggere il paesaggio o tramite l’archivio dei testi, delle immagini e via di questo passo. Il tutto, naturalmente, presenta note di approfondimento e citazioni dal libro di Vincenzo Rabito, e ogni elemento è sempre contestualizzato, la provenienza del materiale in esame sempre chiara.

La sostanziale e ottima trasparenza e accuratezza del progetto, tuttavia, è minata qua e là da qualche incongruenza che se risolta potrebbe sicuramente rafforzarne i pregi. Riguardo ai Laboratori di storia 2016, infatti, come riporta la sezione 2.5, non è possibile accedere direttamente al materiale raccolto dalle classi e alle voci di Wikipedia prodotte, né verificare i risultati effettivamente raggiunti e il ruolo svolto dall’associazione nel rapporto tra classi e insegnanti. Inoltre, anche se in generale le fonti dell’archivio sono nel loro insieme fornite di metadati e contestualizzate, la contestualizzazione attraverso introduzioni, note, spiegazioni, sembra maggiormente concentrata sui documenti che riguardano le iniziative principali dell’associazione ed è più scarsa, ma comunque sufficiente, per quanto riguarda le fonti contenute nella sezione Archivio immagini.

Riguardo alla partecipazione, sia attiva che passiva, del pubblico, altro piatto della bilancia che si combina in questo progetto con la mediazione da parte di studiosi competenti, risultano chiari i mezzi attraverso i quali il pubblico può partecipare al progetto, ovvero il gruppo Facebook oppure l’indirizzo della redazione. La partecipazione del pubblico al lato digitale e collaborativo del progetto tramite la pratica del crowdsourcing è molto forte e sentita. Il gruppo Facebook, infatti, è attivo e continuamente aggiornato, e conta oltre tremila membri iscritti. Scorrendo la bacheca, si nota il frequente ricorrere degli stessi nomi nei post e da alcuni commenti si evince un rapporto di amicizia tra le persone coinvolte. Si tratta di un pregio del progetto, che è stato in grado di consolidare o creare relazioni tra persone appartenenti alla stessa comunità rafforzando, attraverso la condivisione di memorie e documenti, proprio questa appartenenza. È indubbia, inoltre, la trasparenza; infatti, sul sito dell’archivio sono citati tutti i nomi dei testimoni e degli studiosi che hanno collaborato.

La partecipazione, però, non si limita a essere un mero mezzo di comunicazione digitale. Attraverso alcune iniziative, infatti, l’Archivio e il pubblico instaurano un’interazione diretta. Lodevoli sono, tra le altre cose, i laboratori didattici di storia o lo spettacolo teatrale sotto il nome di Oltre al Fronte, che, con la sua seconda edizione ha fatto sold out.

Riguardo alla condivisione dei contenuti verso un più vasto pubblico tuttavia, come riportato anche nella sezione 2.5 in relazione al caso Campanella, alcune delle video-testimonianze e degli scritti che sono presenti sul sito web dell’archivio contengono espressioni o interi discorsi e racconti in siciliano dei quali non viene fornita una traduzione. Anche se è probabile che lo spettatore riesca comunque a comprendere i dialoghi e il contenuto dei discorsi, fornire una traduzione, sottotitolata ad esempio per quanto riguarda i video, potrebbe allargare il pubblico destinatario del progetto e il suo interesse.

Sul lato della partecipazione diretta del pubblico al progetto, inoltre, un punto a sfavore è segnato all’interno del seppur lodevole progetto dei Laboratori di storia 2016. Come riportato nella sezione 2.5, infatti, non è possibile valutare la reale capacità di coinvolgimento degli studenti da parte di questa iniziativa a causa della mancanza sul sito web di un link diretto ai documenti raccolti e alle voci di Wikipedia realizzate e di una più dettagliata descrizione delle effettive attività svolte dagli insegnanti con le classi.

In ultima analisi, vanno indicate tutte quelle caratteristiche che fanno rientrare un progetto nei confini della Storia Pubblica Digitale e, quindi, nel campo delle Digital Humanities e dell’Informatica Umanistica. A questo ambito asserisce la dimensione collaborativa del progetto, l’ottimo utilizzo del digitale, in molte forme diverse, come ad esempio la registrazione di video o l’uso, in particolare nella sezione Leggere il paesaggio, di mappe interattive.

L’insieme di tutti questi elementi converge in una valutazione molto positiva, anche se il progetto non è esente da alcuni particolari che se migliorati, forse, andrebbero ad aggiungere ancora più valore a un progetto di per sé molto completo e interessante.

Condivisione come specchio della comunità

L’Archivio degli Iblei usa già uno degli strumenti principali per la creazione, la diffusione e la condivisione di informazione: Facebook, un social network. Per incrementare la partecipazione diretta e indiretta in primo luogo della comunità ragusana e poi anche di un più vasto pubblico estraneo al discorso storico accademico tradizionale, deve cercare di sfruttare al meglio le potenzialità che questo mezzo offre. Alcuni degli archivi digitali partecipati e inventati più importanti come l’Hurricane Digital Memory Bank e il The September 11 Digital Archive (si veda la sezione 3), fanno leva sulle emozioni, sull’impatto emotivo che eventi storici importanti come gli uragani e l’attacco alle torri gemelle hanno avuto sulle persone comuni che sono proprio quelle chiamate a fare storia attraverso le loro testimonianze. Nel processo di caricamento sul sito di documenti e fonti, infatti, viene chiesto all’utente di descrivere quale impatto ha avuto l’evento sulla sua vita e quali cambiamenti ha apportato. Raccontare le proprie emozioni, le proprie storie, e ritrovarne pezzi negli altri, mettendosi in contatto con essi e rispecchiandosi, è sicuramente un fulcro di forte attrazione per i singoli che si vogliono sentire parte di una comunità. Come afferma lo studioso Rolf Petri infatti, «l’introspezione dell’uomo moderno nasce attraverso l’identificazione con il suo ambiente dal momento che la persona riesce a cogliere dagli oggetti distribuiti nello spazio dell’esperienza un qualche riflesso di sé. (...) Un intreccio inestricabile quindi, per il necessario coincidere e sovrapporsi di molti oggetti della memoria biografica con quelli della memoria collettiva, compresa quella pubblica e dei suoi miti. Impossibile dunque, costruire un’immagine di sé senza specchiarsi in qualche modo» . La condivisione di emozioni, stati d’animo, storie, è una delle caratteristiche fondamentali di un social network, in cui è resa molto più facile dalla possibilità di rilasciare commenti, opinioni da dietro uno schermo. L’Archivio degli Iblei potrebbe sfruttare questa potenzialità creando una pagina all’interno di Facebook legata al gruppo chiuso per il crowdsourcing e usarla per condividere notizie relative al gruppo, ma anche video, foto, brani tratti dalle testimonianze e chiedendo al pubblico di utenti di esprimere una propria opinione su quanto ascoltato o di descrivere le emozioni che i documenti hanno suscitato. I post condivisi dalla pagina potrebbero essere arricchiti anche di citazioni, ad esempio tratte dal libro Terra matta di Vincenzo Rabito (si veda la sezione 2) o da Accussì di Campanella (si veda la sezione 2.5). È possibile che questo spinga gli utenti a condividere i post sulla loro bacheca contribuendo alla diffusione dei contenuti. Dal punto di vista più prettamente organizzativo, l’associazione potrebbe sfruttare, se non lo fa già, il servizio di Facebook che offre alle pagine la possibilità di auto-sponsorizzarsi scegliendo anche il target di pubblico per età, provenienza, sesso, interessi e altri parametri.

Prendendo esempio dagli archivi digitali citati sopra, infine, per l’Archivio degli Iblei sarebbe possibile rivedere i processi di invio e ricezione dei materiali da parte degli utenti del sito web. Piuttosto che fornire semplicemente l’indirizzo di posta elettronica della redazione, all’interno del sito si potrebbe creare una pagina che permetta l’invio diretto dei documenti e dei file alla redazione, permettendo, ad esempio, di scegliere la categoria del documento e di inserire una breve descrizione.

Conclusione

L’Archivio degli Iblei è un progetto di storia pubblica digitale che funziona. Si tratta di un archivio digitale partecipato, che fa della comunicazione e della condivisione il suo principale punto di forza, e utilizza la rete come primo e principale strumento per mettersi in gioco. Grazie al metodo e alle tecniche della public history, l’Archivio degli Iblei rende nazionali e potenzialmente globali le piccole realtà degli abitanti del ragusano, i quali sono i principali dispensatori di una conoscenza poi abilmente filtrata da una redazione che funge, in effetti, da digital public historian. Esso insomma riesce a combinare, spesso egregiamente, due elementi fondamentali per la creazione, l’attuazione e lo sviluppo di un progetto di storia pubblica digitale, ovvero la partecipazione di un pubblico di non accademici al racconto della storia e la mediazione attuata all’interno di questo racconto da parte di studiosi e storici competenti, allo scopo di valorizzare le esperienze e gli eventi oggetto di narrazione, immergendoli in una dimensione storica e sociale, anche attraverso la chiarezza, accuratezza e trasparenza nella gestione e condivisione delle fonti.

Se l’avvento della rete ha cambiato il modo in cui viene fatta la storia e in cui le fonti sono conservate e condivise, e in alcuni casi si può parlare di fonti nate e morte nella dimensione digitale, l’Archivio degli Iblei è un progetto tutto italiano di storia pubblica digitale; si tratta di un progetto che si distingue sia per le sue notevoli potenzialità, ma anche, soprattutto, perché potrebbe aver alzato l’asticella della qualità per progetti di questo tipo in ambito nazionale.

Esso costituisce infatti, grazie all’equilibrio spesso raggiunto tra partecipazione e mediazione, alla trasparenza e accuratezza nel trattamento delle fonti, all’uso sapiente del digitale (mappe interattive, video-testimonianze, crowdsourcing attraverso Facebook, sito web) e alla competenza professionale dei suoi principali responsabili, un ottimo esempio per futuri progetti di storia pubblica digitale e in particolare, per la creazione di invented archives in ambito italiano.

Futuri progetti di storia pubblica digitale e di archivi partecipati collaborativi, nonché l’archivio stesso, potranno inoltre prendere spunto dall’attuale struttura del progetto Archivio degli Iblei e provare anche a migliorarne alcune lacune, mirando a una più ampia e completa constestualizzazione delle fonti tramite un più vasto apparato di metadati (in alcuni casi esigui all’interno dell’archivio), a una maggiore chiarezza nella delineazione dei membri del team di public historians e delle loro competenze e all’allargamento della partecipazione del pubblico tramite un più complesso e ampio uso del mezzo di condivisione rappresentato dal social network e tramite la ricerca di una maggiore accessibilità dei contenuti.

References

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