L'orizzonte delle Digital Humanities

Abstract

The Digital Humanities offer new ideas, new energies, and new expectations. Despite the current scenario, the future development of the discipline, witnessed by the increasing number of call for papers and conferences, make us feel optimistic. Just as I was pleased to welcome the contributions presented at the fifth AIUCD Conference that took place in Venice in September 2016, I am now equally pleased to introduce a selection of those papers in this issue of Umanistica Digitale.

L’orizzonte delle Digital Humanities, non cessa di offrirci lavori che sono frutto di nuove idee, buone intelligenze, giovani energie. A dispetto del quadro generale di depressione, il domani alimenta motivi di ottimismo non vacuo, se si guarda agli indiretti riconoscimenti che provengono dal numero crescente delle richieste di posizioni nel settore educativo – ad ogni livello – come dalla frequenza incessante degli annunci di convegni e relativi Calls for papers, che poi saranno sottoposte a giudizi e ascolti degli specialisti e di un pubblico professionale in continua espansione. Se era stato dunque un piacere accogliere a Venezia, ai primi di settembre del 2016, i partecipanti al V convegno annuale della AIUCD, altrettanto grato è ora salutare e licenziare per la pubblicazione il volume contenente una selezione dei contributi allora presentati sul tema di fondo delle edizioni digitali.

L’orizzonte delle Digital Humanities, anche nella sfera degli studi accademici italiani, non cessa di offrirci lavori che sono frutto di nuove idee, buone intelligenze, giovani energie. Da ciò le attese di ulteriori sviluppi: perché a dispetto del quadro generale di depressione, il domani alimenta motivi di ottimismo non vacuo, se si guarda agli indiretti riconoscimenti che provengono dal numero crescente delle richieste di posizioni nel settore educativo - ad ogni livello - come dalla frequenza incessante degli annunci di convegni e dalle relative Call for papers, che poi saranno sottoposte a giudizi e ascolti degli specialisti e di un pubblico professionale in continua espansione. Se era stato dunque un piacere accogliere a Venezia, ai primi di settembre del 2016, i partecipanti al V convegno annuale della AIUCD, altrettanto grato è ora salutare e licenziare per la pubblicazione il volume contenente una selezione dei contributi allora presentati sul tema di fondo delle edizioni digitali, in particolare sulla rappresentazione e l’analisi del testo, l’interoperabilità e le infrastrutture più adatte alla sua pubblicazione.

Cessata da un bel po’ la fase pionieristica, ora che finalmente le istituzioni accademiche (italiane e non solo) sembrano avere smesso certi occasionali toni di sufficienza paternalistica e cominciano a nutrire interesse per la realtà culturale e l’evoluzione scientifica che dalle Digital Humanities ricavano sani benefici, serve produrre ogni sforzo comune in direzione della massima espandibilità degli studi condotti mediante le applicazioni generate dalle nuove tecnologie; prendendo atto che ormai nessuna ricerca, nessuna iniziativa, quasi nessuna nostra attività quotidiana potrebbe svolgersi senza un apporto quanto meno passivo di quegli strumenti.

Per cogliere tali obiettivi occorrerà spingere avanti, nella elaborazione dei progetti come nella pubblicazione scientifica, le ricerche che tendono a risultanze ‘pratiche’, piuttosto che a fornire discussioni teoriche o saggi metodologici; se si vuol correre davvero sul terreno inesplorato delle sperimentazioni, che esse siano sempre ripetibili e comunque proseguibili: segmenti di un percorso che prevede tappe, sviluppi, ripartenze; mantenendosi fedeli ai precetti che guidano da sempre il progresso scientifico, dove gli apporti individuali restano in ombra, dove la prova d’ingegno e l’opera d’arte (di artista, di artigiano) cedono il passo al collettivo lavoro d’officina. Simili atteggiamenti non sempre sono compresi né condivisi da chi vive nel circolo chiuso ‘umanistico’, eppure risultano intuitivi nella loro elementare convenienza agli occhi di chi osserva dal di fuori. Il tema del convegno, mi sembra, mirava proprio a questo, era un invito al dialogo interdisciplinare più aperto e coraggioso. La tendenza delle ricerche ad affrontare argomenti complessi, che necessitano di competenze plurime e diversificate, è del resto già in corso, si accompagna alla ormai diffusa sostituzione della monografia del singolo autore con lavori collaborativi, svolti a più mani – come di regola avviene negli studi dell’area scientifica, medica, eccetera.

La fatica e il tempo spesi dai ricercatori, dunque il denaro eventualmente ottenuto (che in Italia viene per lo più da fondi pubblici, cioè dalle tasse dei contribuenti), devono trovare riconoscimento già all’interno delle singole comunità scientifiche (dei letterati, dei linguisti, dei musicologi, degli storici dell’arte, e così via) nonché obbedire ai criteri di giudizio validi all’interno di ciascuna di esse. La fatica, il tempo, il denaro, devono produrre risultati proporzionali all’impiego di risorse umane e investimenti finanziari; soprattutto: per esempio un filologo digitale o uno storico digitale– qualunque significato diamo a questi termini – avrà quali destinatari delle proprie ricerche non gli altri filologi digitali o storici digitali, ma i filologi e gli storici tout court, e meglio ancora il pubblico delle persone colte, interessate oppure solo curiose. I settori scientifico-disciplinari (con i quali i settori concorsuali spesso coincidono) sono gabbie di cui sarebbe ragionevole pretendere allentamento e rarefazione, non certo incremento di numero – inutile per gli studi, potenzialmente dannoso per gli studenti e forse anche per gli studiosi più giovani. Su questo punto cruciale, sin dall’Appello di Pavia del marzo 2016 < http://pad.unipv.it/blog/appello-aiucd > , l’Associazione ha preso una posizione chiara e perfettamente condivisibile.

In definitiva, è saggio dar fuori risultati apprezzabili al di là della cerchia delle Digital Humanities e all’insieme che qui si sentono rappresentate, tali da proporsi nella loro immediata utilità ad una parte ampia della società esterna – almeno a quella che si occupa a vario titolo di letteratura. In linea con le strategie del programma Horizon 2020, come si direbbe in burocratese. Sul come farlo, azzarderò qualche suggerimento.

Se consideriamo il settore dei lavori pubblici, un progetto può riguardare la costruzione di un ponte (non importa se a scavalcare un ruscello oppure lo stretto di Messina), come di un gasdotto, di un traforo alpino o delle dighe del sistema MoSE; come anche mirare alla realizzazione di una nuova linea ferroviaria Nord-Sud o di un’altra Autostrada del Sole. Parliamo in ogni caso di sistemi di impegno economico cospicuo, cui servono competenze tecniche, mezzi meccanici e risorse umane: ma mentre gli ultimi esempi mostrano opere fruibili anche a tappe, in forma interrotta o parziale e in tempi procrastinati, a nulla e a nessuno potrà servire una galleria fino all’abbattimento dell’ultimo diaframma, o un viadotto prima della posa dell’ultima pietra – salvo il plauso per l’ingegno dei progettisti e l’eventuale presenza di assessori o sottosegretari in favore di telecamere, di solito all’atto della cerimonia di groundbreaking più che di quella di inaugurazione. Per chi opera nei nostri ambiti, forse sarebbe sensato assumere la distinzione che ho cercato di formulare, quando si redigono richieste di finanziamento in materia di Digital Humanities.

Molte volte si son visti proporre, annunciare, presentare e ripresentare in workshop e conferenze in giro per il mondo, prototipi che certo sono frutto di fini ingegni, magari catturano dapprima l’ammirazione degli astanti, ma rimangono poi sempre machines célibataires da esposizione, vani disegni che non han mai loco. A questi aspetti mi veniva di pensare leggendo, qualche mese fa, il j’accuse di Lorenzo Tomasin (L’impronta digitale. Cultura umanistica e tecnologia: Carocci, 2017) con i gravi addebiti a carico delle Digital Humanities (e loro adepti). E’ da apprezzare che, dopo decenni in cui i diffusi malanimi restavano latenti (prevalevano i silenzi timidi, i mormorii sommessi, il coro di mugugni incomprensibili), qualcuno sia venuto finalmente allo scoperto e abbia preso posizione ferma rispetto all’impronta (o improntitudine?) digitale. Dopo tanti dibattiti, non è questa la sede per rispondere ad un libro che, malgrado le precauzioni e le preoccupazioni di chi l’ha scritto, lascia percepire un vago sentore di pamphlet politico-giornalistico, manifesto ideologico di una modernissima reazione anti-modernista. Segnalerò solo quella che a me pare una replica in rebus (del tutto preterintenzionale, sia chiaro) al volumetto di Tomasin: e mi riferisco all’altrettanto agile, tempestivo manuale di Francesco Stella (Testi letterari e analisi digitale: Carocci, 2018). La lettura del libro illumina il panorama attuale nei particolari, con rara efficacia, sicura competenza e naturale simpatia per l’oggetto. Di fronte alla accusa più abituale rivolta ai ricercatori ‘umanistico-digitali’, quella cioè di scambiare i fini e i mezzi, Stella ammette l’esistenza del rischio, ma ad ogni pagina documenta con sobria oggettività come la logora definizione di ‘rivoluzione digitale’ non sia poi inadeguata ai mutamenti in melius di cui studenti e studiosi tutti godono negli ultimi tre decenni.

In ricordo di Paola Tomè

Poche settimane prima del tempo di scrivere queste righe, è mancata Paola Tomè (San Donà di Piave, 20 settembre 1964 – Padova, 24 dicembre 2017), che collaborò generosamente al successo del convegno di Venezia; solo chi non l’ha conosciuta stenta a credere che ci vorrebbe penna da agiografo per descrivere questa collega e il suo profilo umano e culturale fuori dal comune, tutti gli altri sanno invece che è vero. Laureatasi con lode in lettere classiche a Padova nel 1989 (relatore della tesi sul De orthographia di Giovanni Tortelli era Manlio Pastore Stocchi), Paola aveva insegnato per un ventennio nei licei del Veneto: un’attività svolta seguendo schemi rigorosi e collaudati, ma da subito pronta ad accogliere gli strumenti digitali, in un’ottica sperimentale e insieme non esclusiva. Dell’apertura risoluta di una docente ‘normale’ a pratiche nuove di lavoro sui testi, della sua attitudine allo scambio delle idee e ad ogni valida discussione interdisciplinare, può rendere testimonianza, fra tante altre cose, il saggio Moodle e la didattica delle materie letterarie al Liceo Classico (Trento, Tangram edizioni scientifiche, 2016).

Nella sua troppo breve carriera accademica, intrapresa dopo aver conseguito il dottorato a Ca’ Foscari nel 2011, Paola Tomè si dedicò soprattutto alla lessicografia greca di ambito umanistico. Nel 2013 aveva vinto una borsa Marie Curie con un progetto sugli studi intorno alla lingua greca in Europa nel XV secolo e aveva trascorso gli ultimi tre anni della sua vita di ricercatrice presso la Facoltà di lingue medievali e moderne di Oxford (UK). Qui accenno appena ai risultati conseguiti nel campo delle lingue antiche, della tradizione classica e della filologia medievale e umanistica.

Il suo oggetto primario di interesse fu per lungo tempo l’opera di Giovanni Tortelli (1400 – 1466), grammatico amico di Lorenzo Valla, collaboratore di Niccolò V nella fondazione della Biblioteca Vaticana. Il De orthographia – compendio di regole grafiche per trasferire i vocaboli greci in latino, e insieme lessico per l’uso corretto e il significato di quei termini – fu composto in un’epoca in cui la conoscenza del greco era assai scarsa, in Italia e in Europa occidentale; di quel prezioso trattato, Paola aveva studiato minuziosamente gli aspetti storici e compositivi, le fonti antiche e medievali, l’organizzazione della materia. Oltre ad una monografia nel 2012, vedevano la luce per sua cura alcuni volumi e decine di articoli dedicati a singole figure di grandi studiosi e a vicende di ricezione della cultura antica in Italia, sino al Novecento; si trova al sito < http://www.unive.it/data/persone/5593117/pubb_anno > l’elenco dei contributi, usciti in breve volgere di anni intensi e in varie sedi prestigiose, discussi e vissuti nonostante tutto e tutti (o quasi) con entusiasmo disinteressato, speranza oltre i limiti, fiducia sul valore morale della ricerca in sé.

Quanto ai lasciti delle idee di Paola Tomè e del suo rapporto necessario con le Digital Humanities, occorre segnalare il progetto Studi greci nell’Europa del Rinascimento (1396-1529), sempre consultabile al sito < http://greek15century.mml.ox.ac.uk/ >, altre notizie a < https://infouma.hypotheses.org/328 >, che tende a raccogliere e organizzare in un unico database il repertorio completo di prime edizioni a stampa dei testi di grammatiche, lessici e manuali scolastici prodotti in Europa occidentale fra Quattro- e Cinquecento: ciò che si configura come uno strumento di straordinario valore a livello globale per gli studiosi dei prossimi anni. Tra le ultime iniziative di cui si era fatta promotrice, ricordiamo la conferenza internazionale “Making and Rethinking Renaissance in fifteenth-century Europe between Greek and Latin”, tenutasi al Corpus Christi College a Oxford (giugno 2016) e la giornata di studi , tenutasi al Corpus Christi College a Oxford (giugno 2016) e la giornata di studi Lo studio del greco nell’Europa del xv secolo. Future prospettive di ricerca presso l’Auditorium Santa Margherita dell’Università Ca’ Foscari a Venezia (maggio 2017). Anche la minima scelta dell’aggettivo presente nel sottotitolo era sintomo della straordinaria vitalità di Paola, del suo eroico rifiuto di cedere al male.

Paolo Mastandrea, marzo 2018

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UMANISTICA DIGITALE – ISSN 2532-8816 | AIUCD; FICLIT

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